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fcinter1908 news interviste Cardinale: “In corsa per lo scudetto, ora stiamo gettando la stagione” Poi la frecciata all’Inter

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Cardinale: “In corsa per lo scudetto, ora stiamo gettando la stagione” Poi la frecciata all’Inter

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Intervistato da La Gazzetta dello Sport, il proprietario del Milan Gerry Cardinale ha parlato del brutto finale di stagione e anche del futuro
Andrea Della Sala Redattore 

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Intervistato da La Gazzetta dello Sport, il proprietario del Milan Gerry Cardinale ha parlato del brutto finale di stagione e anche del futuro

Cosa sta succedendo al suo Milan in caduta libera?

«Max e la squadra hanno fatto un ottimo lavoro per quasi tutto il campionato. Siamo stati in testa alla classifica, in corsa per lo scudetto fino alla gara contro la Lazio. E poi nelle ultime cinque partite, stiamo gettando al vento la stagione. Sono nel mondo dello sport da tre decenni, so che queste cose succedono, ma questo non ti fa sentire meglio. Ora siamo concentrati nel vincere le ultime due partite. Ma, devo dire, agiamo dentro un contesto non facile: tante polemiche e tante falsità. Francamente sono un po’ deluso».

C’è una cosa che vuole smentire subito?

«Per esempio che mi interessa solo il denaro e non vincere. È assurdo. Se guarda alla mia vita e alla mia carriera, io ho sempre vinto. E quindi, questa idea che io farei una cosa senza l’obiettivo di essere i numeri uno e di vincere con continuità (e sottolineo con continuità, concetto che sfugge sempre) è ridicola. Ma appunto devono essere i risultati a parlare e quando le prestazioni non raggiungono il loro potenziale come adesso, sono decisamente agitato. Io non alleno, non segno gol, non difendo, ma posso fare la mia parte: la mia parte è fornire le risorse finanziarie perché possiamo continuare a schierare una squadra vincente, non solo in Serie A, ma, si spera, anche in Europa. Questo è il mio lavoro, e sono piuttosto bravo a farlo».

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Torniamo ai risultati deludenti.

«Non sono contento, ovvio. Max non è contento, i giocatori non sono contenti. Vincere resta la priorità e vi posso assicurare che tutti vogliono vincere. Non aver vinto lo scudetto è una delusione, se non entriamo nelle prime quattro è un fallimento. Abbiamo avuti molti infortuni, adesso per esempio Luka (Modric, ndr) è fuori: capita, è lo sport. Non si può sempre vincere, anche se il Milan dovrebbe, quando non lo fa è un fallimento. Però mi faccia aggiungere una cosa...».

I tifosi però stanno contestando la squadra e la dirigenza. Come la vive?

«Non biasimo i tifosi per essere arrabbiati, sono arrabbiato anch’io. Sono appassionati quanto me. Ma cerchiamo di sostenere i nostri ragazzi, invece di buttarli giù. Io provo un senso di responsabilità enorme: quando non siamo all’altezza e vedo la reazione dei tifosi la prendo molto sul personale, sono sconvolto. Mi entra sottopelle e sento un enorme obbligo di sistemare le cose con un’urgenza che nessuno dovrebbe mettere in discussione. Mi sveglio ogni mattina con il desiderio di vincere e con un profondo senso di delusione e frustrazione quando non ci riusciamo».

L’ambizione è un punto cruciale. Molti tifosi temono che la sostenibilità finanziaria o la qualificazione in Champions diventino fini a se stesse, invece che un mezzo per riuscire a competere a livelli più alti.

«Mi sorprende che questo debba essere spiegato. Da quando possiedo il Milan abbiamo ottenuto risultati finanziari superiori alle aspettative, abbiamo registrato un flusso di cassa positivo per la prima volta nella storia. Perché è importante? Perché non sto prendendo quei soldi per metterli in tasca, li reinvesto. Ma la narrazione per cui disciplina finanziaria significhi non voler vincere non ha alcun senso. Nelle ultime tre stagioni, abbiamo speso più di qualsiasi altra squadra della Serie A sul mercato. Ora, magari non abbiamo speso al meglio. Mi do un voto più alto per i soldi che ho messo che per come li abbiamo spesi. Dobbiamo fare un lavoro migliore in modo che ci sia una correlazione diretta tra la spesa e le vittorie. Non ci siamo ancora riusciti. Non abbiamo fatto un buon lavoro e lo sistemeremo. Dobbiamo esaminare la struttura e la parte calcistica e collaborare con lo staff tecnico e il direttore sportivo per capire come possiamo lavorare meglio insieme».

Quindi in estate cosa succederà? Crede che saranno necessari molti cambiamenti nel Milan, a tutti i livelli? Parliamo di dirigenza e di area tecnica.

«Cerchiamo sempre di far evolvere la nostra organizzazione. Quindi sì, tutti dovrebbero aspettarsi che ogni stagione, ma in particolare in quelle in cui le prestazioni sono inferiori alle aspettative, tutto venga rivalutato e io rivaluterò tutti e tutto. Dedicherò tutta la mia estate a questo, dovreste dare per scontato che ci sto già riflettendo, sennò non farei il mio lavoro. Vediamo come finiremo, poi mi siederò... Mi sono già seduto con Max, abbiamo parlato di molte cose. Ci metteremo al lavoro una volta che la stagione sarà finita; ora non è il momento di parlarne».

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Ci dice almeno in che direzione andranno?

«L’obiettivo è migliorare l’organizzazione e portarla a un livello di eccellenza mondiale. L’obiettivo qui è vincere il più possibile ogni anno, ma anche assicurarci che, mentre lo facciamo, stiamo gettando le basi per vincere costantemente. Potremmo spendere una fortuna, ingaggiando giocatori affermati e puntando a vincere nell’immediato. Ma poi? Bisogna fare entrambe le cose. Quest’estate esamineremo l’organizzazione e vedremo cosa possiamo fare per colmare le lacune, perché non siamo stati all’altezza. Non si tratta solo di sostituire le persone, ma di esaminare la struttura organizzativa e assicurarci di avere tutto che funziona, dallo staff tecnico alla selezione dei giocatori al direttore sportivo alle academy: si tratta di un ecosistema olistico che deve essere migliorato. Quando ho preso in mano la squadra, non c’era affatto. Lo sport, come molti settori, poi riguarda le persone. Bisogna avere le persone migliori, bisogna attrarre le persone migliori in tutte le aree. Non ci siamo ancora».

Cosa ha imparato in questi quattro anni? Ha commesso degli errori?

«Sì, certo che ho commesso errori. Molti. Questa è probabilmente la cosa più difficile che abbia mai fatto. Ma sono un combattente e non mi fermerò finché non vincerò. Una delle lezioni più grandi è stata capire quanto il contesto sia diverso. Se non lo vivi, da americano non capisci il ruolo che il calcio e il Milan hanno nella comunità. Amo Milano e amo l’Italia. Però vorrei che ci si concentrasse di più sui temi cruciali: l’importanza delle infrastrutture sportive; come modernizzare il calcio italiano; perché l’Italia ha mancato un altro Mondiale, il terzo di fila. Invece si fa polemica. Vede, non si tratta solo di Serie A. Si tratta di non presentarsi alle finali di Champions e perdere 5-0; si tratta di giocare in modo competitivo in Europa. Si tratta del divario di 4 a 1 nei diritti tv tra la Premier e tutti gli altri. Il gap del calcio italiano è aumentato. Solo che, per come va il mondo, non lo risolverete senza soldi. E io ho esperienza in materia di soldi, ma ho anche trascorso 30 anni nello sport. Non voglio trasferire in modo diretto come facciamo le cose in America. Sono pienamente consapevole del fatto che in Italia le cose sono diverse e che devo adattarmi a questo, e ho bisogno di circondarmi di grandi italiani che mi aiutino; fa parte del percorso di apprendimento».

Nella sua strategia di crescita ha un ruolo essenziale lo stadio: dopo ritardi e burocrazie, è ancora ottimista?

«Intanto chiediamoci perché lo facciamo. Non è un’operazione immobiliare, non è un progetto di ego. Si tratta di migliorare il profilo finanziario del Milan per poter competere per i migliori giocatori del mondo. È anche qualcosa che dovremmo fare per i milanesi. Milano merita di avere uno stadio di livello mondiale, di essere riconosciuta a livello globale come la patria dello sport e di celebrare la sua cultura. Al momento non è così».