Al Via del Mare arriverà un’Inter che, rispetto al passato, sta cambiando rotta. Diouf, Sucic, Bonny, Pio Esposito: adesso anche le big danno fiducia ai giovani.
"Mi fa piacere, però mi sembra quasi normale. Anche nel calcio le società sono aziende e, in quanto tali, devono puntare alla sostenibilità. L’unica strada per avere i conti in regola porta ai giovani e alla loro valorizzazione. Certo, serve coraggio, soprattutto se sei un grande club. La gente parla di mancanza di infrastrutture, ma se oggi ci sono pochi giovani il problema è culturale. Posso farvi una domanda?".
Prego.
"In Italia tutti parlano di una svolta che passi da nuove attrezzature e dalla costruzione di centri sportivi: vent’anni fa, quando abbiamo alzato la Coppa del Mondo, la situazione era migliore? Non credo. Piuttosto, è cambiato il concetto di periferia e i bambini non scendono più in strada a giocare, però quello è solo il primo aspetto sul quale bisogna intervenire. L’altro, più evidente, riguarda l’evoluzione culturale dei club, frutto dei social network".
In che senso?
"In passato la gente parlava di calcio al bar o nelle piazze, mentre oggi il commento è sempre dietro l’angolo, visibile a tutti. Il tifoso pensa al risultato, è giusto così, ma ho l’impressione che troppi club oggi si facciano condizionare da ciò che si legge in giro. Se i tifosi vogliono tutto e subito, le società operano per provare ad accontentarli. Così, però, perdono di vista l’importanza che un giovane può avere nel lungo periodo".
Quell’importanza, in casa Inter, sembrano averla già riconosciuta a Pio Esposito. Le piace?
"Per me è strepitoso. Nel 2025 sono stato inserito nella giuria del Premio Pablito e l’ho votato come migliore Under 20 italiano. Al di là delle doti fisiche e tecniche, mi stupisce per la sua fame. Ha senso del gol e soprattutto tanta rabbia nell’andare a cercarlo".
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