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Klinsmann: “Inter-Roma partita dell’anno, Lautaro decisivo. Bastoni? Può salvarsi in Italia”

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Intervistato da La Gazzetta dello Sport, l'ex attaccante dell'Inter Jurgen Klinsmann ha parlato dell'importanza della gara contro la Roma
Andrea Della Sala Redattore 

Intervistato da La Gazzetta dello Sport, l'ex attaccante dell'Inter Jurgen Klinsmann ha parlato dell'importanza della gara contro la Roma: «Bisogna mettere al sicuro lo scudetto già dalla Roma».

Jürgen, c’è un pezzo di Inter, la prima linea dell’Italia fuori dal Mondiale, che riparte con il cuore spezzato: come si fa a lasciarsi tutto dietro?

«Vadano avanti pensando al loro grande club e sapendo che non è giusto che siano loro i più criticati. Troppo semplice così. Certo, è vero che questa Nazionale aveva una forte base di interisti, ma quando le cose non funzionano bisogna guardare il gruppo nel complesso. Di certo, in questa generazione mancano dei veri leader, figure come era Chiellini solo qualche anno fa. Potevano essere Barella e Bastoni, ma non lo sono stati. È un problema molto più grande dell’Inter: i leader non nascono per caso, sono il prodotto di un ambiente. Se l’ambiente non li favorisce, è difficile che emergano».

Qual è, allora, il problema dell’ambiente italiano?

«Non si tratta solo della partita persa ai rigori con la Bosnia, quella è la conseguenza finale di tutto un disastro precedente. Il problema è più profondo e nasce da lontano, direi da dopo il 2006. La vittoria dell’Europeo 2021, ottenuta con uno sforzo straordinario, ha fatto dimenticare le criticità che erano già presenti. Ma, ripeto, non si può puntare il dito solo contro i giocatori, interisti e no: loro non sono la causa, ma piuttosto il risultato di un sistema che negli anni ha avuto delle mancanze. Sono cresciuti dentro quel sistema, con allenatori, dirigenti, famiglie, contesti che hanno contribuito alla loro formazione. Alla fine, la responsabilità è collettiva, riguarda l’intero Paese, l’intera cultura calcistica».

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Dove intervenire allora?

«Le infrastrutture, prima di tutto: stadi, centri sportivi, organizzazione. Se vuoi organizzare un Europeo, devi investire davvero, non a metà. Poi la filosofia di gioco. In Italia, troppo spesso, si gioca per non perdere, più che per vincere. Questo incide sulla mentalità degli allenatori e dei giocatori. Gli allenatori, per esempio, sono spesso portati a cercare il pareggio per conservare il posto di lavoro, invece di rischiare per vincere. Questa paura si vede anche nelle categorie inferiori. È una mentalità diffusa. Ma il calcio deve essere il contrario: voglia di rischiare, entusiasmo, coraggio».

Bastoni vive il momento più difficile della carriera, dopo il caso Kalulu si è aggiunto il rosso in Bosnia: può uscirne solo lasciando l’Italia?

«Il contrario, io spero che si salvi in Italia, e quindi nell’Inter. È normale attraversare momenti difficili, anche difficilissimi, soprattutto quando si è esposti a un livello così alto. Fa parte della crescita, anzi si impara proprio dagli errori e dalle difficoltà. Se Bastoni riuscirà a superare questo periodo senza scappare e continuando a metterci la faccia qua, diventerà un giocatore ancora più forte. È un passaggio difficile, ma può diventare un punto di svolta. Serve, però, anche equilibrio da parte dell’ambiente italiano. Criticare va bene, ma distruggere no. Offese, attacchi personali, negatività: non aiutano nessuno».

Più in generale, come spiega il rallentamento in campionato dell’Inter prima della sosta?

«È una situazione molto comune a chi è in fuga. Quando sei vicino al traguardo, può subentrare la paura. Vedi l’obiettivo e inizi a pensare a cosa puoi perdere, invece che a cosa puoi vincere. E questo genera tensione, soprattutto se poi in alcuni giocatori c’è il ricordo della delusione dell’anno passato. In momenti così, anche i difetti più piccoli diventano ingiustamente enormi. Serve solo semplicità: giocare facile, restare tranquilli, non complicarsi la vita. Amo il pensiero positivo, anche quando alleni: se perdi dando tutto, e mi è capitato a volte, va bene. Fa parte del gioco. Ma se giochi con paura, diventa un limite. Per questo con la Roma è quasi la gara dell’anno».

Ci spieghi meglio.

«È semplicemente fondamentale perché può spezzare questo strano ciclo negativo o, al contrario, alimentarlo. Vincere significa liberarsi mentalmente, ritrovare fiducia ed energia. Il problema è che incrocia una Roma tosta, in lotta Champions, che ha un allenatore bravissimo che si è fatto subito capire: diciamo che la Pasqua a San Siro è interessante».

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Qual è il compito di Chivu in un momento così?

«È uno di quei momenti in cui l’allenatore cambia mestiere e diventa in tutto e per tutto uno psicologo. Deve gestire le emozioni e creare un ambiente positivo. Il rientro di Lautaro aiuta, anzi è decisivo, ma non basta da solo se tutti non cambiano atteggiamento e contribuiscono a creare energia. Quando allenavo la Germania, parlavo con tutti ogni giorno. Chi non aveva un atteggiamento positivo, con noi non poteva stare».

Ha citato Lautaro, ma rientra anche Pio dopo il rigore sbagliato: lo avrebbe fatto battere per primo?

«No, e oggi penso che non lo rifarebbe neanche Gattuso: è stato uno sbaglio di valutazione, può capitare. Ma vale anche per Pio quanto detto per gli altri: questo momento può trasformarsi in un’opportunità. L’Italia ha un potenziale grande e proprio Esposito lo certifica, senza pensare ai tanti altri sport, dal tennis allo sci, dove è ai vertici mondiali. Con una giusta consapevolezza, si rialzerà Pio, si rialzerà Bastoni, si rialzerà l’Italia».

Di Inter-Roma, invece, che ricordi ha?

«È una delle mie partite preferite, un incontro speciale. Ricordo la finale di Coppa Uefa del 1991: erano sfide dure, ma bellissime, feci l’assist per il gol di Berti. Quando ci incontravamo era una festa tedesca: io, Brehme e Matthäus da un lato, Berthold e Voeller dall’altro».