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fcinter1908 news interviste Rivera: “Spero non torni Mancini, è scappato in Arabia. Uno dei primi far danni all’Italia”

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Rivera: “Spero non torni Mancini, è scappato in Arabia. Uno dei primi far danni all’Italia”

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Del momento del calcio italiano e del fallimento della Nazionale, fuori dai Mondiali, ha parlato l'ex campione Gianni Rivera a La Repubblica
Andrea Della Sala Redattore 

Del momento del calcio italiano e del fallimento della Nazionale, fuori dai Mondiali, ha parlato l'ex campione Gianni Rivera a La Repubblica

Rivera, abbiamo toccato il fondo?

«Direi di sì. L'Italia ancora fuori dalla Coppa del mondo è un disastro. Ho letto pareri e commenti, anche all'estero nessuno ci poteva credere. La Nazionale deve potersi confrontare con Germania, Brasile. Noi siamo quella cosa lì, non questi».

C'è più rabbia o dispiacere per quello che è successo?

«Ci sono rimasto male, non mi arrabbio. Certo la Bosnia era eccome alla nostra portata. Hanno vinto i più deboli, mi ha meravigliato».

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Cosa è diventata la Nazionale?

«Una squadra che non fa più paura alle grandi del calcio. Abbiamo perso qualcosa. Senza voler fare filosofie: i giocatori sono meno bravi di un tempo. La tecnica di base è diminuita. Le colpe sono anche dei tecnici che formano i bambini».

Ha parlato di un programma di rilancio. Ce lo racconta?

«L'ho sviluppato insieme al mio amico Adolfo Sormani, il figlio di Angelo. Vogliamo ripartire dai più piccoli: bisogna curare la tecnica di chi inizia a giocare a calcio. Concentrarsi su quello. Poi aumentare le strutture e farli stare più tempo possibile in campo. Questo progetto l'avevo già nel cassetto, lo avrei esposto anche in caso di vittoria dell'Italia in Bosnia, magari testandolo in una squadra di dilettanti».

Altra proposta: c'è chi vorrebbe introdurre un obbligo di almeno tre calciatori italiani per ogni squadra di serie A.

«Ribalto l'iniziativa: per me dovrebbero esserci massimo tre giocatori stranieri nei club del nostro campionato. Altrimenti c'è poco materiale per la Nazionale».

Le dimissioni di Gravina erano inevitabili?

«Erano scritte, sì. Ha scelto lui Gattuso, Buffon, questo gruppo che ha perso in Bosnia. Dopo una sconfitta così è stato costretto a farsi da parte. È una questione di responsabilità. Stavolta anche volendo non avrebbe potuto restare abbarbicato alla poltrona. Non ce l'avrebbe fatta».

Stessa scelta l'ha fatta il capo delegazione Buffon.

«Altro passo inevitabile. È stata una sorta di reazione a catena, Gigi faceva parte della squadra. Anche se aveva meno colpe degli altri».

Ora tocca a Gattuso fare un passo indietro?

«Mi sembra il minimo che possa fare, tenuto conto della situazione. Sono rimasto sorpreso quando è stato chiamato dalla Figc, pur in circostanze difficili. Fosse andato ai Mondiali, avrebbe conquistato consensi e spazio. Non è andata così».

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Per sostituirlo si fanno i nomi di Allegri, Conte e Mancini.

«A me spiace per Roberto, dico davvero. Ma quando è scappato in Arabia ha preso la sua decisione e ha costretto tutti a non volerlo più come commissario tecnico. È questo che, purtroppo, lui non ha ancora capito. Si è reso di nuovo disponibile, ma è stato uno dei primi a far danni alla Nazionale. Spero non torni sulla nostra panchina».

Allegri e Conte?

«Aspettiamo l'elezione del nuovo presidente federale, poi potremo ragionare sul ct. Come si fa a scegliere una figura che poi magari non va bene a chi sostituirà Gravina?».

Si voterà il 22 giugno. I candidati sembrano essere Malagò e Abete. Con chi si schiera?

«Abete lo conosco bene: è una persona seria e ha a cuore il calcio italiano. Potrebbe essere il nome giusto».

Diversi ministri e parlamentari stanno arricchendo il dibattito calcistico. La politica deve avere voce nella rivoluzione del pallone?

«Guardi, i politici possono parlare di calcio quanto vogliono, però non devono andare oltre. La politica non può decidere o incidere su chi prenderà il posto di Gravina».

Nel nuovo organigramma federale va inserito un campione del passato come Baggio, o Del Piero o Maldini?

«Chi è bravo e ha esperienza di campo è sempre ben accetto. Ma deve essere una persona in grado di soffrire, di saper vestire diversi abiti».

In serie A 16 squadre su 20 giocano con il 3-5-2: è un limite?

«Non è una questione di moduli. Bisogna saper occupare bene tutti gli spazi, questo deve fare un bravo allenatore».