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Inter, è lo scudetto di… Chivu! Dall’inversione in autostrada a giugno al trionfo: il cammino

Andrea Della Sala Redattore 
Arrivato nello scetticismo generale, il tecnico ha saputo rialzare un gruppo che era uscito a pezzi dalla stagione precedente

L'Inter conquista lo scudetto nel segno di Chivu. Arrivato nello scetticismo generale, il tecnico ha saputo rialzare un gruppo che era uscito a pezzi dalla stagione precedente. Piano piano è entrato nel gruppo, gli ha ridato, stimoli, forza e motivazioni fino all'ultimo atto di ieri sera. Uno scudetto meritato e che porta la firma di Cristian Chivu.

"Non è scivolato nemmeno sull’erba, mentre correva sotto alla Nord durante i festeggiamenti. E’ affondato divertendosi tra i gavettoni dei giocatori. Finalmente può godersi i suoi meriti, la sua serenità, la sua realtà. Campione, anche da allenatore, a pugni chiusi in mezzo alla gente. Compiuto e compiaciuto. Non voleva essere Mourinho, voleva essere se stesso. È stato tutt’e due le cose senza neppure accorgersene. Dal 2008 un allenatore dell’Inter non vinceva lo scudetto da debuttante. Più o meno dai medesimi giorni un allenatore dell’Inter non rimarcava pubblicamente di non essere uno scemo, o un pirla. Se questi non sono cromosomi special ... Ma esiste anche molto di originale in questa faccenda swing da Anni Venti. Cristian Chivu, che di Mourinho è stato fedele allievo imparando l’arte di conquistare diversi trofei nella stessa stagione, ha cominciato il cursus honorum della panchina bruciando i passaggi. Gli sono bastate 13 partite di Serie A, nelle quali ha evitato al Parma la retrocessione, per meritare l’attenzione di Beppe Marotta. Gli è bastato mezzo campionato per dimostrare ai colleghi marpioni, si chiamassero Conte o Allegri o il sopraggiunto Spalletti, che nessuno avrebbe potuto reggere il suo ritmo", analizza La Gazzetta dello Sport.

"Lo scudetto dell’Inter di Chivu nasce sull’autostrada del Sole, dalle parti del casello di Melegnano. È l’inizio di giugno. Cristian ha indirizzato l’automobile verso Parma, dove lo aspetta l’amministratore delegato Cherubini per firmare il rinnovo del contratto, una formalità dopo la salvezza brillantemente raggiunta. Canticchia una canzone in italiano e fuma una sigaretta quando sul display del computer di bordo vede la luce verde che lampeggia e il nome MAROTTA. Risponde al telefono. «Dove stai andando?». «A firmare, presidente». «Ecco allora torna indietro, sei il nuovo allenatore dell’Inter». Il Mondiale per club incombe, non c’è un minuto da perdere. Dietrofront. Chivu al Parma l’aveva detto: rifiuterò qualunque offerta, tranne una. Questa. Chiama subito la moglie Adelina, esce al primo svincolo possibile, vira verso Viale della Liberazione: poche ore dopo piega e intasca il biennale con l’Inter".

"Nessuno gli ha chiesto di vincere subito. E i primi passi effettivamente trasmettono un certo smarrimento: il nucleo storico, sfibrato e sfiduciato, esce dal Mondiale dopo sole 4 partite. In più le opzioni di mercato necessarie a modificare il sistema di gioco, Lookman e Koné, non si concretizzano. Qui Chivu è bravissimo a capire che l’unica strada percorribile per guadagnare credibilità è conquistare i giocatori. Ci riesce. Insiste sul 3-5-2, si accontenta di una campagna acquisti mirata, rinvia i verdetti. E batte il Torino all’esordio: 5-0, bum".

"Eppure bastano tre weekend sghembi a nutrire il partito degli scettici: l’Inter perde in casa contro l’Udinese, a Torino contro la Juventus e poi a Napoli. Una domenica e due sabati. A ottobre l’indice di gradimento per l’allenatore tocca i minimi termini. Ma Chivu sfrutta ancora il buon senso, anche a parole: mentre Marotta protesta per l’arbitraggio del Maradona, lui sussurra: «Voglio cambiare questa mentalità basata sulle lamentele». Lavora e comincia a vincere le partite. Rulla le avversarie più deboli. Inciampa nei due derby, ma tra le sconfitte con il Milan infila 14 vittorie e un pareggio. Delude nella Supercoppa e saluta presto la Champions. Ma in Italia non si ferma più. A Como sigilla con una rimonta spettacolare il vantaggio impacchettando il regalo definitivo, in faccia a Fabregas che poteva essere al suo posto. La sentenza finale è di Marotta: «Questo è lo scudetto di Chivu». Forse non è solo un modo di dire", scrive il quotidiano.