Per quattro motivi fondamentali.
1) L’entusiasmo. Perché allenare la Nazionale è un incarico di grande prestigio, ma — va detto — c’è chi preferisce guadagni ancora più sostanziosi in un club e soprattutto la possibilità di orientare nelle scelte il proprio destino. Una battuta, che forse tale non è: da allenatore hai la possibilità di chiedere sempre di più al tuo presidente. E Conte da questo punto di vista non ha forse rivali. Da commissario tecnico puoi al massimo spingere per uno stage in più, ma di certo non puoi farti “acquistare” Hojlund o Lukaku. Insomma, se lo fai, se ti prendi questa responsabilità, sai di dover contare sul potenziale a disposizione e di dover gestire anche i problemi di cui parlavamo. E nessuno ti riconoscerà un alibi per questo. Insomma, devi avere entusiasmo — cosa che traspariva dalle parole di Conte («Se fossi il presidente federale mi prenderei in considerazione») e consapevolezza per poter svolgere un ruolo importante ma anche pieno di rischi.
2) L’esperienza. Intesa come curriculum generale, ma anche nello specifico da ct.
Un ruolo che Conte conosce bene, per averlo svolto con successo per due anni. Una qualificazione agli Europei senza patemi, un girone eliminatorio con i successi con Belgio e Svezia, un ottavo straordinario con il 2-0 alla Spagna e la sconfitta con la Germania ai rigori. Con il blocco juventino in difesa — da Buffon a Barzagli, da Bonucci a Chiellini — ma anche qualche problema a centrocampo e in attacco. Con i tedeschi la mediana era composta da Sturaro, Parolo e Giaccherini. In avanti c’erano Eder e Pellè. Insomma, buoni calciatori, in alcuni casi anche qualcosa in più, ma — allora come oggi — niente fuoriclasse.
3) L’attitudine. Spesso si tende a fare una netta differenza tra allenatore e selezionatore. Conte da questo punto di vista è una sintesi quasi perfetta. Lo ha dimostrato da ct e lo dimostra anche nei club, perché è capace di esaltare il momento positivo di ogni calciatore, riconoscendo il valore dello stato di forma. In un piano, è ovvio, collaudato e oliato, in cui ci sono priorità riconosciute.
4) L’ambizione. A 57 anni Conte continua ad essere un ambizioso, uno che - malgrado i successi già conquistati - si mette sempre alla prova. Dopo aver vinto tre scudetti, con la Juve, l’Inter e il Napoli, cosa potrebbe spingerlo — più della voglia di restituire all’Italia un ruolo da protagonista — a dare il 110 per cento dopo tre fallimenti Mondiali? Con accanto Lele Oriali: uno che tra l’altro di Mondiali se ne intende.
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