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fcinter1908 societa e storia Facchetti conquista Marotta e non solo: “Aperti al mondo dal 1908” è un concentrato di emozioni

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Facchetti conquista Marotta e non solo: “Aperti al mondo dal 1908” è un concentrato di emozioni

Sabine Bertagna Vice direttore 
Storia della nascita di un club e di un modo preciso di abbracciare la vita

Ha ragione il presidente Beppe Marotta quando, con un'emozione sincera, dice che lo spettacolo teatrale sulla storia dell'Inter di Gianfelice Facchetti ("Aperti al mondo. Dal 1908") andrebbe portato nei teatri, nelle scuole e negli ospedali. Un po' ovunque. Non è solo la storia dell'Inter, la nostra storia, a prendere scena nel monologo intenso di Gianfelice, che rievoca la nascita di un club e di un modo preciso di abbracciare la vita. È la storia di Milano e non solo. È la storia della gente. È la storia di una rivoluzione e di un gruppo di dissidenti che vuole accogliere, includere e che alla sottrazione preferisce l'aggiunta. C'è un posto per tutti, qui. Un gruppo che dentro di sé ha un'idea potente, che scalda e che sa già che lo porterà lontano. Quanta strada già percorsa, da allora.

Siamo tutti accovacciati intorno a quel palco dove Gianfelice racconta e accarezza i nostri ricordi migliori. Quelli di cui andare profondamente fieri. Immagini in bianco e nero scorrono e alcuni di quei campioni li abbiamo conosciuti solo grazie ai racconti dei nostri papà e delle nostre mamme. Sono storie di un pallone che scorre e rimbalza da un'epoca all'altra, da un campetto prima sgangherato fino ad arrivare alla Scala del Calcio. San Siro. Che cosa conta? Contano i gol, è vero. Tantissimi, bellissimi, arditi e a volte anche di fortuna. I gol sono l'espressione tangibile di una speranza e spesso di una sofferenza. Dell'estro e del talento. Dell'attesa e della pazienza. C'è un momento in cui i tifosi dell'Inter diventano sempre più numerosi ed è quello in cui giochiamo, soffriamo e non vinciamo. Ma loro, noi, sono e siamo sempre lì. Ad accompagnare quell'idea nata da lontano. Così rivoluzionaria e ancora così simile a noi. Non ci stanchiamo mai.

Da Meazza a Ronaldo, dalla Grande Inter (che Bedin riassume con qualche aneddoto divertente sul mago Herrera) all'Inter del Triplete, da Javier Zanetti a Lautaro Martinez. Le immagini scorrono e si intrecciano con il racconto di Gianfelice. Non siamo più spettatori ma parte dello spettacolo. Ci emozioniamo, applaudiamo i grandi che non ci sono più (ma in un certo qual modo ci saranno sempre), qualcuno non nasconde la commozione. È un viaggio stupendo, che prende vita anche sulla panchina dove Gianfelice fa sedere a turno alcuni ex giocatori nerazzurri. Riccardo Ferri, espressione del settore giovanile che ricorda come lo zio Bergomi già a quell'epoca avesse i baffi ("pensavo giocasse già in Primavera quando l'ho visto la prima volta"). Francesco Toldo che dice la cosa che più abbiamo pensato ieri sera: "Manca solo il tuo papà". E poi Walter Samuel, eroe di grandi battaglie, che non dimentica il senso dell'accoglienza e dell'appartenenza a questi colori che non è migliore di quello di altre squadre. È semplicemente diverso.

Come si ribalta un pronostico sfavorevole? Come si vince tutto in venti giorni? Come si regge la pressione bellissima di uno stadio come San Siro? I giocatori ci dicono che non c'è un segreto, ma un'alchimia di cose che si sentono e che succedono. Un equilibrio che si trova dopo alti e bassi. Dicono che sia la perseveranza, il non mollare mai e il rialzarsi dopo l'ennesima caduta. È questo che siamo noi. Una grande famiglia, che si riconosce nelle fotografie più belle ma anche in quelle più dolorose. Quelle maglie appese in scena rappresentano l'orgoglio di essere giocatori e giocatrici dell'Inter. Nella leggerezza di un gioco, quello del pallone - che ci consuma l'umore ma che in qualche modo ci tiene sempre in vita - è una cosa che non va dimenticata. Che cosa significhi rappresentare questi colori. Nel bene e nel male. Lo spettacolo è un grandioso messaggio per le nuove generazioni. È a loro che il monologo di Gianfelice consegna la cura e la custodia della memoria nerazzurra. Per cucirsi sul petto nuovi trofei, ma più di ogni cosa un sentimento bellissimo. Ce ne andiamo tutti con un'emozione difficile da spiegare. Qualcuno intona un coro, subito cavalcato, per Giacinto Facchetti. Ci manca ma in fondo è sempre qui con noi, a ricordarci (grazie alle parole di Gianfelice) la cosa che nella vita, come nel calcio, conta più di ogni altra. Il cuore. Nient'altro che il cuore. Nerazzurro, ovviamente.