Tra le pagine dell'edizione odierna del Corriere della Sera, Paolo Condò, giornalista, ha commentato così la mancata qualificazione dell'Italia al Mondiale, la terza di fila: "La partita che ci porta al terzo fallimento mondiale di fila è un contenitore pieno di situazioni di segno diverso, difficile da decrittare fuori dalla tensione di uno spareggio, fino alla sequenza dei rigori che decapita l’ultima speranza. L’Italia è stata avanti fino a 10 minuti dalla fine grazie a un gol regalato dal portiere bosniaco, ma aveva sofferto anche prima che Bastoni completasse il suo annus horribilis con un’espulsione da principiante.

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Condò: “Bastoni, annus horribilis ed espulsione da principiante: ma va anche detto che…”
A quel punto Gattuso ha piazzato il pullman davanti alla porta, che non è mai una strategia affidabile, ma dopo 20 minuti di apnea l’Italia è finalmente riemersa, e tre occasioni (una d’oro) per il raddoppio le ha costruite. Se a questo aggiungiamo la chiara impressione che il pari bosniaco fosse irregolare — meno scandaloso il rosso risparmiato al difensore su Palestra — lo spazio per i rimpianti è enorme. Molto superiore alle altre due volte. È naturale che da oggi il discorso si sposti su cosa fare finalmente per rilanciare il nostro calcio, perché quello di ieri è stato il capolinea di un percorso negativo, e sarebbe il caso di ripartire da basi totalmente nuove. Ma la verosimile uscita di scena di Gattuso avviene non senza rispetto: basta guardarlo in faccia per capire che ci ha rimesso dieci anni di vita.
Se l’espulsione di Bastoni ha peggiorato drammaticamente il quadro della situazione, non si può dire che in precedenza l’Italia avesse il match sotto controllo. S’era detto che la Bosnia in casa non avrebbe fatto barricate — che senso ha godere di uno stadio bollente se ti metti ad aspettare gli avversari? — e così è stato. Ma quando all’atteggiamento aperto i balcanici hanno aggiunto il gol regalato, perché Barella e Kean sono bravi a gestire con freddezza il catastrofico omaggio del portiere Vasilj, il copione tattico del match è sfociato nell’ovvio. Bosnia all’attacco, Italia in gestione. Anche questo avrebbe dovuto essere un retaggio del nostro passato — come addormentavamo le partite noi neanche una ninnananna — e invece la mancata pressione sugli esterni rivali ha permesso loro di mandare in area molti palloni. Troppi.
Il problema supplementare è che l’Italia ha corso dei pericoli senza riuscire di converso a crearne, e sì che gli spazi c’erano. Gattuso ha poi disegnato una ripresa di forzata sofferenza, anche se l’inserimento di Palestra era una buona idea, perché visto che a questo punto avevi bisogno di un terzino, meglio uno di ruolo, oltre tutto in gran forma, che un’ala adattata come Politano. La scelta dell’Italia è di difendere molto bassa, praticamente in area di rigore, e pare funzionare perché fino al gol dell’1-1 Donnarumma è costretto a una sola parata da copertina, contro le tre chance in contropiede di Kean (enorme), Esposito (discreta), Dimarco (ottima). Ma il nero nuvolone che grava sulle teste degli azzurri produce infine il gol che vale i supplementari, e Turpin non si accorge che nell’azione Dzeko tocca il pallone col braccio. Quasi obbedendo a un riflesso scritto nel tempo l’Italia negli ultimi cinque minuti prova il colpo estremo avanzando il proprio raggio d’azione, un po’ come successe in quell’Italia-Australia del 2006, quando Totti e Grosso confezionarono la giocata del rigore a evitare i supplementari in 10 contro 11. Ma Totti non c’è, Grosso nemmeno, e Gattuso non basta".
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