Marco Tardelli ha rilasciato una lunga intervista a Repubblica nel corso della quale ha parlato anche della crisi del calcio italiano:

ultimora
Tardelli: “Ex calciatori in FIGC? C’erano anche prima. Pongo a tutti questa domanda”
«Vi prego ditemi quante volte lo abbiamo detto. Sono anni che riflettiamo, parliamo, discutiamo e poi sentiamo: è arrivato davvero il momento di prendere decisioni, rivoluzionare. Ma chi deve agire fa finta di niente, finge di non accorgersi di nulla, di tutto che quello che sta accadendo. Si parla, si dice che è arrivato il momento giusto. Ma di agire non se ne parla. Vediamo se dopo tre Mondiali da spettatori succederà qualcosa».
Ma questo è davvero il momento di cambiare, o non cambierà mai nulla.
«Lo so. Ma chiedete a chi c'è».
A chi c'era. Si sono dimessi tutti.
«Era doveroso. Ora persone capaci».
Non lo erano?
«Dico che bisogna aprire subito un tavolo. Decidere cosa fare. Ma nella maniera giusta. Muoversi. Stare dalla parte del calcio».
Anche lei vuole in federazione ex calciatori?
«Guardi, i calciatori c'erano. E ci sono anche ora. Mi sembra che Calcagno, presidente dell'Associazione che li rappresenta, sia vicepresidente federale. E ci sono anche allenatori. E il cambio lo chiedono ora? Adesso serve la rivoluzione perché sono mancate tre qualificazioni Mondiali? Dove erano fino ad adesso? Non va bene».
Lei ha un nome.
«Certo, ma non ve lo dico. Però lascio una domanda a chi vuole pensarci: qualcuno si è chiesto perché il 98 per cento nell'ultima assemblea elettiva della federazione ha votato Gravina? Datevi una risposta».
Cosa si può fare in così poco tempo? Tra due mesi e mezzo ci sono le elezioni.
«Riflettere e discutere, prendere decisioni, rivoluzionare, ma davvero».
Passato il momento doloroso dell'eliminazione guardiamo alla reazione nel nostro campionato: pochi giorni dopo la sconfitta con la Bosnia e tanti discorsi c'è un solo italiano in Udinese-Como. È il segno dei tempi o è un problema?
«In tutto il mondo ci sono tanti stranieri. E da tantissimo tempo la serie A è piena di giocatori non italiani. Io vorrei vedere i nostri ragazzi sempre in campo, ma se in tutto il mondo funziona così, non è quella la ragione della nostra crisi».
Ma è un segnale?
«Sicuramente non ci aiuta, ma se succede ovunque non è quello il problema».
Dovremmo imitare gli sport che obbligano un numero minimo di giocatori italiani in campo?
«Servono gli spazi e le strutture per farli crescere. Vanno create. Ci sono under 17 e under 19 bravissimi che perdiamo durante percorso di crescita. Spariscono. Non abbiamo più fuoriclasse ma domandiamoci se li abbiamo persi per strada».
© RIPRODUZIONE RISERVATA



