BECCALOSSI: “IO E MULLER NON CI POTEVAMO VEDERE, ECCO PERCHÉ. ORIALI MI DICEVA…”

BECCALOSSI: “IO E MULLER NON CI POTEVAMO VEDERE, ECCO PERCHÉ. ORIALI MI DICEVA…”

di redazionefcinter1908
In molti lo considerano un artista del calcio, genio e sregolatezza che fa sognare e soffrire. Parliamo di Evaristo Beccalossi, che con la maglia nerazzurra ha saputo farsi apprezzare dal sofisticato pubblico del Meazza. Proprio Beccalossi si racconta ai microfoni del Corriere dello Sport:
L’ARRIVO ALL’INTER-  “Mi segnalò Mario Mereghetti, che era stato un centrocampista dei nerazzurri e ne era divenuto osservatore. Più avanti nel tempo mi raccontò che aveva visto una partita in cui avevo fatto cinque dribbling, ero arrivato da solo davanti al portiere e avevo tirato fuori. Mi è capitato. Ma quei cinque dribbling lo avevano convinto a dire a Mazzola di acquistarmi subito. Io in verità arrivai a Milano con un anno di ritardo perché durante il servizio di naia non volli andare nella nazionale militare. Non ero antimilitarista, avevo paura dell’aereo e degli elicotteri. Quelli andavano a giocare con quei mezzi e io preferii, per prudenza, farmi assegnare in caserma a Bologna. Solo che lì si mangiava bene e c’erano dei bar con delle colazioni sopraffine. Fatto sta che ero ingrassato di sei o sette chili. Persi un anno. Mi ricordo quando finalmente arrivai a Milano. Ero emozionato. Mi accompagnò mio padre con la seicento. C’era una nebbia… anche quella oggi è sparita. Papà era più teso di me, lui che mi regalava gli scarpini a Natale, man mano che crescevo. Le racconto del mio primo contratto: ero così nel pallone che ho firmato appena ho visto, sul foglio, l ‘intestazione F.C. Internazionale. Loro non avevano ancora messo la cifra, ma io avevo troppo paura che ci ripensassero”.

 LA PARTITA PIU’ BELLA – Tutti dicono il derby col Milan con la doppietta che feci. Per me è stata invece un’Inter-Lazio in cui segnai e giocai benissimo. Me la ricordo anche perché ero stato punito e lasciato da solo una settimana in ritiro. Bersellini voleva che io fossi in piena regola, che mi comportassi come un atleta perfetto. Ma io avevo 24 anni e volevo divertirmi. In quel periodo stavo dappertutto, non mi contenevo. Ero troppo felice, la vita mi esplodeva intorno e addosso. Come potevo non esserlo? Io lo so che ormai il calcio è diventato un business e le squadre sono aziende. Ma se perde il suo aspetto ludico e poetico diventa una industria di metallo . Gli stadi vuoti non fanno riflettere

LA NOTTE STREGATA E I DUE RIGORI SBAGLIATI CONTRO LO SLOVAN – “Parliamone, anche quella fu una serata magica. Magia di streghe, ma sempre magia. Per fortuna vincemmo ma io sbagliai un rigore. Quando, cinque minuti dopo ce ne diedero ancora uno io mi tirai da parte. Ero il rigorista della squadra ma avevo sbagliato. I compagni mi incoraggiarono, mi spinsero. Io ero mortificato per il primo errore ma non me la sentii di tradire la loro fiducia. E tirai. E sbagliai. Ancora sbagliai. Mi sentii morire. Ero terrorizzato soprattutto che i tifosi smettessero di volermi bene. Invece quando tornai a San Siro, quindici giorni, tutto era come sempre. Mi hanno perdonato quella serata storta”
LA RIVALITA’ CON HANSI MULLER – “In campo non ci potevamo vedere ma fuori eravamo e siamo ancora amici. Voglio essere sincero: io in campo soffrivo il suo carisma. Lui si metteva al centro del campo, dove volevo essere io, e mi costringeva a giocare venti metri più avanti. Non lo sopportavo. La frase della sedia nacque perché in una partita gli diedi dieci palle gol e lui riuscì a sbagliarle tutte. Ma aveva ragione lui, in fondo. Io allora avevo la test dispari. Avrei dovuto scegliere una zona del campo tutta mia e giocare. Tanto ero il più forte, col pallone tra i piedi…”.
IL RAPPORTO CON I COMPAGNI –  “Mi sopportavano con cristiana rassegnazione. Dicevano, guardandomi e sapendo la mia volubilità, oggi giochiamo in dieci o in dodici… Quelli a cui sono più riconoscente sono quelli che correvano anche per me. Oriali, un campione, ogni tanto mi passava vicino e mi sibilava “Ci stiamo facendo il culo per te, vedi di inventarti qualcosa e di farci vincere”. E poi Beppe Baresi , che correva per tre, e Marini. Io ho avuto da loro più di quanto sia riuscito a dare. Loro facevano i sacrifici durante la settimana, compresa la domenica, e io, quel giorno santificato, li dovevo ricompensare. Spesso ci riuscivo e loro mi volevano bene per questo”.
SORPRESA INFANTINO – “Una mattina ho aperto il giornale e ho visto la frase del nuovo capo del calcio mondiale. Mi sono cappottato per l’emozione. E lei pensi se fossi stato un giocatore con la testa pari…”.

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