Con chi è rimasto in contatto di quel Milan?
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Meani: “Scherzo tanto, intercettazioni prese alla lettera. C’era sistema Juve, mi accorsi che…”
“Con nessuno, in realtà. Ho parlato con Galliani qualche volta, Ramaccioni è venuto lo scorso anno a pranzo. Non molto altro. Eppure, Kakà organizzò il suo pranzo di fidanzamento al mio ristorante e una sera Ancelotti e i giocatori rimasero fino alle 3 di notte a cantare e giocare con un pallone”.

Riprendiamo le parole del Milan durante il processo, nel 2006: “Meani ha agito di sua spontanea volontà”. È stato un uomo poco accorto o un capro espiatorio?
“Mettiamola così, è stato come il gioco del cerino: alla fine, il cerino è rimasto in mano a me”.
Non ha mai pensato di tornare a lavorare nel calcio?
“No, mai, davvero. Il calcio mi piace ma, quando hai vissuto il Milan in Champions, non puoi andare al Fanfulla. Con tutto il rispetto…”.
Lei è milanista dall’infanzia, vero?
“Da Rivera, certo. Mio papà era un super tifoso granata, così tifoso che quando il Toro perdeva spegnava la televisione e nessuno poteva vedere la Domenica Sportiva. Mia mamma era un’interista brianzola ma io non ho mai avuto dubbi: Milan. Iniziai a dare una mano per l’accoglienza degli arbitri in un Milan-Bruges del 1990. Ricordo ancora chi era stato designato: Forstinger, austriaco. Poi diventai uno della squadra, stavo con i calciatori, in campionato andavo in panchina e in Europa guardavo dalla tribuna”.
Il momento più emozionante?
“Impossibile scegliere, però l’anno dello scudetto di Zaccheroni è stato speciale. In quella stagione, arbitravo anche le partitelle in allenamento. La stagione girò definitivamente il 2 maggio, con il 3-2 alla Samp: tiro di Ganz al 95’ deviato in porta da una mano di Castellini. L’arbitro Braschi alla fine mi confessò: ‘Due minuti prima, sul tiro di Catè parato da Abbiati, avevo già il fischietto in bocca. Ero sicuro che avrebbe segnato’”.
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