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Skysport
Intervistato da La Gazzetta dello Sport, l'eroe del Triplete Goran Pandev ha parlato del suo passaggio all'Inter e della stagione con Mourinho
Goran, quanto le manca il calcio?
«Ho smesso a 39 anni senza rimpianti, ma a volte cerco ancora l’adrenalina, lo stare insieme, le cene, persino le contestazioni e i ritiri punitivi. Quel sogno che ho inseguito e realizzato».
Come mai scelse l’Inter?
«Perché l’Italia era il top. E poi c’erano Ronaldo e Vieri, ti dicevano come passargli il pallone. A San Siro, in tribuna, pensavo che avrei dovuto giocare lì».
Ci ha messo più del previsto?
«Avrei meritato di tornare prima. Quando l’Inter diede via la mia comproprietà per prendere Pizarro ci rimasi male».
E la Lazio come arrivò?
«Avevo vissuto un’annata disastrosa ad Ancona, senza stipendio. Quella Lazio era una novità, per me e per i tifosi. Erano passati da Boksic, Salas, Mancini e Claudio Lopez a… Pandev e Rocchi. Scherzi a parte, lo scetticismo era comprensibile».
Anche se una volta Delio Rossi disse: «Pandev e Rocchi li scambierei solo per Messi».
«Mi ha cresciuto. Palestra, forza, corse di 15 chilometri nei boschi, ritiri massacranti. Mi trattava bene perché non dicevo una parola. Anche se la domenica segnavo e magari lui mi spediva in panchina. Oggi lo posso dire: il miglior Pandev si è visto alla Lazio. Con lui».
Con la Lazio finì a processo, però.
«Una premessa: ho dato tutto. E lasciare così mi fa ancora male. Ho giocato con le infiltrazioni e con uno stiramento. Nella finale di coppa del 2009 non mi reggevo in piedi, ma pur di esserci giocai infortunato. Detto questo, quei sei mesi fuori rosa furono un incubo. Mia moglie era incinta, io soffrivo come non mai».
Il pomo della discordia fu il rinnovo.
«Lotito non mi dava pace. Mi allenavo da solo. Vidi la Supercoppa vinta contro l’Inter da casa mia, incazzato nero. E poi mi metteva pressione per rinnovare alle sue condizioni. Ogni giorno veniva qualcuno a parlarmi del contratto. Non lo faceva solo con me, ma anche con altri. Insomma, mobbing puro. A giugno si presentarono Siviglia, Zenit, Juventus, Atletico, Inter. Anni prima mi aveva cercato anche il Bayern. Lotito mi mise fuori rosa e rifiutò ogni offerta. Non l’ho più incontrato, ma alla Lazio segnavo sempre…».
Dopo un gol gli urlò «bastardo». Lo rifarebbe?
«Onestamente no, ma ogni volta che uscivo per scaldarmi i tifosi della Lazio urlavano "zingaro" e "pezzo di...". Era il 2013, segnai col Napoli e reagii male. Nulla contro i tifosi».
A gennaio 2010 il suo legame con la Lazio finì. Una liberazione?
«Sì. Mourinho mi schierò subito titolare contro il Chievo. Non giocavo da sei mesi, a malapena conoscevo gli altri, ma andò bene».
A fine stagione chiuse col Triplete. Cosa non si è detto della notte di Madrid?
«Eravamo sicuri di battere il Bayern. Dopo aver eliminato il Barça più forte di sempre cos’altro avremmo potuto fare? I più esperti sapevano che José sarebbe andato via, io speravo restasse».
Il segreto di quel gruppo?
«Potrei dire la carbonara a pranzo prima delle partite. Alla Lazio mangiavo bresaola e rucola, ad Appiano ognuno faceva ciò che voleva. In aereo ci presentavamo coi calzini spaiati, uno con la tuta e un altro no. A Roma erano tutti pariolini… precisi, vestiti bene. Alla Pinetina l’importante era non sgarrare in allenamento».
Come mai lasciò i nerazzurri?
«Gasperini mi disse che non ero adatto al suo gioco, così andai a Napoli da Mazzarri. Mi chiamava anche più volte al giorno per convincermi. Lì ho vinto due delle mie 5 Coppe Italia, il mio trofeo preferito. Mi sono divertito un sacco».
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