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Samaden: “La differenza tra Inter e Atalanta. Ringrazierò a vita Moratti. E su Chivu…”

Samaden: “La differenza tra Inter e Atalanta. Ringrazierò a vita Moratti. E su Chivu…” - immagine 1
Roberto Samaden, ex responsabile del settore giovanile dell'Inter, ha rilasciato una lunga intervista a il Giorno
Matteo Pifferi Redattore 

Lunga intervista rilasciata da Roberto Samaden a il Giorno. L'ex responsabile del settore giovanile dell'Inter, ora dell'Atalanta, ha parlato della sua avventura col club bergamasco:

«L’Atalanta è un’isola felice per il settore giovanile, ora lo posso dire perché ne faccio parte da tre anni ma è una cosa scritta nella storia, e l’ho visto da fuori. Per il club il vivaio è prioritario anche grazie ad una proprietà come la famiglia Percassi che dal 2010, con lungimiranza, ha capito che bisognava puntare sul territorio, con visione e investimenti. In Italia lo fanno in tanti a parole e pochi coi fatti. E invece qui le radici affondano nel passato ripensando alla figura di Mino Favini, un modello per tutti».

È stato facile all’inizio per lei che arrivava dall’Inter?

«La differenza è nella “produzione“ dei calciatori. Pensiamo alla nostra dimensione, si capisce che sia più facile qui per i giovani starci, crescere e trovare spazi. Da questo punto di vista l’Atalanta ha una grandissima tradizione, qui entrano nel settore giovanile a 8-10 anni. Questo mi ha chiesto la famiglia Percassi all’inizio: formare ragazzi legati al territorio affinché potessero giocare tanti anni. I nostri giocatori sono riconoscibili ovunque anche per il comportamento fuori dal campo, da Carnesecchi a Scalvini».

Con Zingonia quartier generale del mondo della Dea…

«È l’ambiente in cui si respira quella tradizione di cui abbiamo parlato. Quando mi riferisco ad una società che parla con i fatti intendo questo: in “primis“ avere strutture di proprietà all’avanguardia ma non troppo. I ragazzi hanno bisogno di semplicità, stare insieme facilita la crescita pensando alla persona e non solo al calciatore, perché ciò che sei fuori dal campo si rivede anche col pallone fra i piedi. Mi ha impressionato una cosa: Luca Percassi conosce tutti i nomi dei nostri piccoli calciatori. Unito alla cura dei particolari, agli investimenti, all’aumento degli spazi poi si fa la differenza. Perché a Zingonia viviamo tutti insieme in strutture belle, efficaci e funzionali»

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A proosito: Palestra è in prestito al Cagliari. A fine stagione l’Atalanta riuscirà a trattenerlo nonostante le “big“ si siano già fatte avanti?

«Difficile rispondere, ci sono Toni d’Amico e Fabio Gatti che faranno le valutazioni del caso. So per certo che l’Atalanta in questo è europea, le cose vengono fatte con logica. Non è casuale che ci si trovi su un’isola felice. Stando qui capisco perché procede tutto bene, il club è un modello all’esterno».

Tema molto delicato: perché in Italia i giovani giocano poco nelle prime squadre?

«È evidente che di ragazzi ce ne siano sempre meno e magari a quei pochi non si dà la possibilità di crescere. Però a monte, e nessuno lo dice, è che abbiamo un grande problema a livello giovanile: non è in campo, dove si formano gli allenatori. Mancano dirigenti ad “hoc“. Ho avuto la fortuna di lavorare al fianco di Albertini, dirigente illuminato: da lui ho capito che non è quello che succede in campo che fa la differenza. Bisognerebbe investire di più su determinate figure. Purtroppo i ragazzi non giocano con serenità e non crescono in ambienti sani. Per migliorare ci vorrebbero tanti dirigenti preparati, e invece si pensa più al campo e alla tecnica. E siamo destinati a peggiorare se non si inverte la tendenza. Poi, certo, restano le isole felici».

Cosa frena le società?

«In Italia siamo vittime della ricerca del risultato a qualsiasi costo. Da un lato gli allenatori, se lasciati soli, è normale che cerchino qualcosa che serva oggi e non domani. Ma ai ragazzi deve essere data la possibilità di sbagliare... Abbiamo esempi virtuosi di allenatori: conosco Chivu, ha dimostrato con coraggio che possono giocare pure quelli molto giovani. E poi rimpiango Mihajlovic, ha sempre avuto questa predisposizione, non avere problemi nel guardare la carta d’identità».

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Risposta secca: il talento migliore visto in oltre 30 anni…

«Tanti, sia all'Inter che qui: dai fratelli Esposito e Carboni, a Dimarco, Bonazzoli, Di Gregorio. Chiaro, viene facile pensare a chi oggi è in prima squadra. Però dico pure Luca Caldirola, capitano da 8 a 19 anni, un talento anche a livello di comportamento. E Giani, mancato pochi giorni fa».

Non ha citato Balotelli…

«Ma no, Mario è stato un grande talento, gli sono affettivamente legato... Oggi è facile dire Pio Esposito o Valentin Carboni, piuttosto che Scalvini o Carnesecchi, perché sono esplosi in prima squadra».

E quello “inespresso“?

«Fra quelli che sto crescendo non li ho visti. Ora lavoro su bambini di 8-10-12-14 anni. Però a pensarci bene un calciatore straordinario che ha smesso presto, Vanheusden, classe ’99. Uno dei giocatori più sfortunati che abbia conosciuto».

Cosa farà da grande Roberto Samaden?

«Io sono gratificato del lavoro che faccio, ho vissuto un’esperienza grandissima all’Inter e non smetterò mai di ringraziare Massimo Moratti che mi ha fatto crescere nell’ambiente. Quando ho cambiato ho avuto la fortuna di intraprendere una nuova parte del mio percorso di lavoro che è quello che volevo, un’unicità del settore giovanile. Ho una certezza, non mi staccherò mai dai giovani»