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Zazzaroni: “Spalletti? Il suo non è fallimento e vi dico perché. Conte probabilmente…”
Tra le pagine dell'edizione odierna del Corriere dello Sport, Ivan Zazzaroni, direttore del quotidiano, ha analizzato così la sconfitta di ieri della Juve e non solo: "Pensi davvero che il risultato fine a sé stesso sia disonorevole e che conti soprattutto il buon calcio di proposta? In quale Paese vivi? Nel Paese dei santoni? Il risultato positivo procura un’emozione duratura, cambia il clima, mostra il sole quando piove. Chi non sognerebbe di vincere giocando bene, molto meglio degli altri, dando spettacolo come fece Spalletti a Napoli? Ma in un calcio di debiti diffusi, miserie tante e nobiltà poche, blocchi Uefa, proprietà straniere distanti, dirigenti scarsi, intermediari che puntano a chiudere affari con la società amica senza curarsi della qualità dell’operazione e quarantenni che fanno la differenza in campo; nel calcio del profitto e delle necessità sopra ogni altra cosa, dicevo, vive e sopravvive chi porta a casa la pagnotta.
Non siamo più in grado di investire sulla poesia, sull’ideale, perfino un tecnico come Maurizio Sarri, che il bel gioco l’ha sempre saputo creare, s’è dovuto arrendere all’evidenza di un gruppo tecnicamente mediocre, costruito male e oltretutto isolato. Ora domandati come si sente lo juventino oggi. A una giornata dalla fine, per Spalletti è praticamente compromessa la qualificazione alla Champions. L’ultimo turno gli riserva peraltro la sfida in casa del Toro, secondo di due maledetti scherzi del computer (e anche qui Andrea Butti c’entra poco): prima l’orgoglio della Fiorentina, che ha la tifoseria più anti-juventina d’Italia, e poi la presumibile carica di chi non riesce da una vita a imporsi nel derby.
Ieri Spalletti ha provato a ridimensionare la portata e gli effetti della sconfitta, si è in qualche modo appellato a una crescita culturale che non è nelle corde degli italiani: altri sono i drammi, sia chiaro, ma se dovesse effettivamente accontentarsi dell’Europa League la Juve si ritroverebbe con un mercato ridotto e una stagione nuovamente in salita. Quello di Luciano - lui è molto meglio di ciò che dice - non può, né deve essere considerato un fallimento perché non lo è: l’unico vero fallimento sta nel permettere alla sconfitta di avere la meglio su di noi.
In discesa e rinfrancati sono Allegri e Gasperini, ai quali il 17 ha portato tanta fortuna: il primo ha vinto con i gol degli acquisti di Tare, Nkunku e Athekame (il calcio è bastardo, caro Cardinale) e si ritrova di nuovo al terzo posto dietro alle due potenzialmente inavvicinabili; Gasp s’è invece imposto in un derby così poco derby e non per l’orario: la partita dei tifosi senza una delle tifoserie perde gran parte del proprio significato. Se Lotito avesse un minimo di sensibilità per le cose terrene rifletterebbe sull’attuale rapporto dei laziali con la società che sembra giunto al punto di non ritorno. Ho tenuto per ultimo Antonio Conte, posizione che non gli si addice. Parla in continuazione al passato: più che probabile che lasci con uno scudetto, un secondo posto e una supercoppa. Se così sarà, avrà fatto quello che gli fu chiesto: rialzare il livello del Napoli. Beato chi arriverà dopo di lui perché, come mi disse Allegri: «Quando raccogli una squadra da Antonio, prendi una squadra che sa come si vince»".
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