Alberto Polverosi, sul Corriere dello Sport, ha analizzato così il KO dell'Inter contro il Bodo Glimt, allargando il discorso al calcio italiano:

ultimora
Polverosi sull’Inter: “C’era chi non amava Inzaghi ma forse si dimentica che…”
"Possiamo perdere quattro partite su quattro contro i norvegesi? Fa male, ma è capitato. Possiamo prendere dodici gol in quattro sfide dai norvegesi? Questo non fa male, questo ci annienta, eppure è capitato. Possiamo prendere quattro lezioni di calcio su quattro dai norvegesi? Eh no, anche questo è capitato ma non lo possiamo accettare. Non c’entra la storia, la Nazionale con quattro titoli mondiali, l’Inter con una bacheca piena di Coppe dei Campioni. Da tempo non possiamo più confidare su ciò che eravamo e poi il calcio italiano non si è mai alimentato di spocchia. Solo che quando è troppo è troppo. Norvegia-Italia 3-0 con Spalletti, Italia-Norvegia 1-4 con Gattuso, Bodø/Glimt-Inter 3-1 con Chivu, Inter-Bodø/Glimt 1-2 con Chivu. San Siro è diventato davvero Olimpico, ma per i norvegesi.
Non è quasi mai corretto unire sotto il titolo di “calcio italiano” la Nazionale e le squadre di club così piene di stranieri, però nel caso dell’Inter ci può stare visto che fra andata e ritorno in campo c’erano cinque azzurri: Dimarco, Barella, Frattesi, Pio Esposito e Bastoni, oltre a Darmian e Acerbi. Non siamo stati fortunati a incrociarli sul nostro doppio cammino, la loro spaventosa crescita coincide con il nostro spaventoso declino.
Non importa tornare indietro di troppi anni, ricordando un’amichevole a Oslo dell’‘87, zero a zero il risultato: insieme ad altri colleghi, vedemmo la partita a bordo campo su una panchina accanto a quella del ct Vicini. Era un calcio artigianale, all’epoca. Sono passati quarant’anni, meglio avvicinarsi ai tempi attuali. Prima delle due recenti bastonate, dal 1991 al 2015 l’Italia aveva sfidato nove volte la Norvegia, con un bilancio di una sconfitta, tre pareggi e cinque vittorie degli azzurri. Nel 2015, quindi poco più di dieci anni fa, la Nazionale di Conte aveva vinto le due gare di qualificazione all’Europeo sia a Oslo (2-0), che a Roma (2-1). Dieci anni: per il calcio italiano e quello norvegese è un’era geologica, solo che il percorso è stato l’esatto contrario. La nostra discesa è iniziata vent’anni fa, dopo il Mondiale del 2006, la Norvegia invece aveva piantato i semi della sua risalita qualche anno prima, quando alla guida della nazionale c’era un allenatore visionario, Drillo Olsen.
Queste quattro partite le abbiamo perse sempre in modo diverso, segno che da quelle parti sanno che il calcio non è uno solo. Siamo stati sbriciolati a Oslo, schiantati sul piano fisico, atletico, tattico e tecnico; abbiamo cercato di giocare alla pari a San Siro andando perfino in vantaggio e loro, senza nemmeno scomporsi, ci hanno rifilato quattro gol, sia in contropiede che con azioni di manovra (per esempio, sull’uno a uno di Nusa in area c’erano sei azzurri e tre norvegesi, mentre sul due a uno di Haaland eravamo in otto contro cinque); a Bodø la squadra di Chivu si è fatta infilare perdendo palloni e lasciando spazi, che sui fiordi sanno come sfruttare; a San Siro la squadra di Knutsen ha alzato un muro per un’ora, un catenaccio puro, con appena due ripartenze, dimostrando di aver imparato anche la nostra arte (nostra di un tempo...), la difesa.
Basta prendere le conclusioni di Pio Esposito come esempio: ha colpito di testa almeno in tre occasioni, ma sempre con l’uomo addosso, sempre con una marcatura così stretta ed efficace che ogni volta la palla si è alzata sopra la traversa o è arrivata innocua fra le mani del portiere. Quattro lezioni, ricordiamocele. Con un consiglio: ogni tanto, una capatina a Oslo dei nostri allenatori non farebbe male. Considerazione finale (che c’entra poco col resto): a Milano c’era chi non amava Simone Inzaghi ritenendolo responsabile di aver perso due scudetti, ed è vero, ma dimenticando che per due volte aveva portato l’Inter in finale di Champions. Con Taremi e Arnautovic, non con Bonny e Pio".
© RIPRODUZIONE RISERVATA



