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Bergomi: “Cerimonia olimpica? Atmosfera mai provata. Bocelli mi ha detto che l’Inter…”

Bergomi Baresi
Il pensiero dell'ex capitano nerazzurro tedoforo a San Siro l'altra sera insieme a Franco Baresi
Daniele Vitiello
Daniele Vitiello Redattore/inviato 

«Un’emozione incredibile, un’atmosfera mai provata». Giuseppe Bergomi, lo Zio interista per tutti, racconta col cuore quei metri percorsi al centro del «suo» stadio nel giorno in cui mezzo pianeta aveva gli occhi puntati su Milano. Una «passeggiata» fianco a fianco con Franco Baresi, l’altro Capitano, quello milanista. Queste le parole ai microfoni del Corriere dello Sport.

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Quando lo avete saputo?

«Un mese fa, mi ha chiamato il presidente Buonfiglio. “Vorremmo te e Baresi”. E anche Franco ha detto sì. Bellissimo!».

Oltretutto due campioni del mondo in Spagna, nel 1982.

«Eravamo i più giovani allora. Ero in camera con Marini, ma stavo praticamente sempre con Franco, che è poi il fratello di Beppe, mio punto di riferimento all’Inter».

Un bel riconoscimento.

«Sì, è vero. Un onore. Il nostro stadio, mille ricordi, magliette che abbiamo difeso come una seconda pelle. Tante battaglie su sponde opposte, ma con lealtà, rispetto e anche amicizia. Venerdì sera eravamo lì, orgogliosi del nostro passato e di essere stati scelti e coinvolti nell’evento più importante dello sport mondiale».

A ruota libera: sensazioni?

«Qualcosa di enorme, mai provato niente di simile, inaugurazioni dei Mondiali di calcio comprese. Lo spirito olimpico esiste, mi ha avvolto, è qualcosa di diverso: sono entrato e ho sentito forte il senso di appartenenza, l’orgoglio nel rappresentare almeno in piccola parte tutto ciò che di bello offre il nostro Paese. E poi il presidente Mattarella, personaggi straordinari, artisti meravigliosi, quindi i ragazzi e le ragazze del volley davanti a noi ad attendere il testimone...».

Altri pensieri con la torcia in mano?

«Guardavo Franco e rivivevo un’era meravigliosa: 20 anni di calcio, di casa nostra. Abbiamo rappresentato credo nel migliore di modi, anche umanamente, una città unica nel mondo del pallone: è difficile trovare altre metropoli internazionali che possano vantare due club tanto importanti: fascino, tradizione, leggenda e infiniti trofei».

Stagioni anche romantiche in un certo senso.

«I derby erano sentiti, la rivalità era forte, ma il rispetto non mancava mai. Compagni e avversari cresciuti di fatto insieme. A 14 anni affrontavo già Evani e Battistini. E in generale ci si ritrovava tutti nelle varie nazionali giovanili».

Tante cose al di là del tifo...

«Oggi praticamente si tifa solo contro, non mi piace. È colpa anche di chi non vive con intelligenza il mondo dei social, dove ormai si dice davvero di tutto. Una volta lo sfottò era diverso, credo più brillante».

San Siro potrebbe aver vissuto il suo ultimo grande gala.

«Ci pensavo guardandomi attorno l’altra sera. E mi chiedevo: ma perché deve andare giù un simile monumento? Capisco che forse oggi è poco funzionale, ma vorrei tanto che si arrivasse a una soluzione che possa tenere vivo il ricordo di uno stadio pieno di storia, il terzo luogo più visitato a Milano fra l’altro».

Un’ultima fotografia «olimpica».

«Lo spogliatoio: prima della cerimonia eravamo un po’ tutti in quello che oggi occupano Chivu e i suoi ragazzi. C’era pure il maestro Bocelli. Interista vero. Informatissimo. Mi ha detto: “Facciamo pochi gol rispetto a ciò che creiamo”. Analisi inattaccabile».

Intanto sono arrivate le prime medaglie.

«Ho visto la discesa libera. Grandi azzurri! Nel calcio si vive come un fallimento il secondo posto, invece Paris era per esempio raggiante con il bronzo al collo. Anche per questo amo l’Olimpiade».