Lei, come Fabregas, Cuesta, De Rossi, Grosso, fa parte di una nuova generazione di tecnici. Che differenze con il passato?
news
Chivu: “Bastoni? Non potevo lasciarlo solo: ho deciso di fare a modo mio e difenderlo”
«Noi siamo alle prime armi, abbiamo tanto da imparare. Io in un anno e mezzo sono migliorato dal punto di vista professionale e l’esperienza è difficile da comprare. Chi ci ha preceduto ha i trofei, il tempo, la lucidità e la serenità nel gestire molte situazioni. Tutte cose che non si acquistano al mercato. Noi probabilmente abbiamo più apertura al nuovo, vogliamo uscire dalla zona comfort, dal già visto. Non ci accontentiamo di una cosa fatta bene, vogliamo saper fare più cose e non importa se questo all’inizio sembra confusione».
Dove nasce la malattia del calcio italiano? Tre volte senza Mondiali, le disavventure nelle coppe internazionali...
«Probabilmente siamo rimasti un po’ indietro sia dal punto di vista economico che da quello sportivo. Gli inglesi si permettono di mantenere un livello competitivo per le spese, gli ingaggi che qui è impensabile. Quello che va migliorato è il lavoro nei settori giovanili, noi vogliamo far scendere in campo i ragazzi ma, diciamoci la verità, se si perdono due partite è una catastrofe, c’è una pressione esagerata».
Troppa fretta...
«Si vogliono risultati subito, non progetti di respiro. Il calcio diventa un’ossessione e si perde lucidità. Tutti commentano tutto e il mondo social esaspera i toni. Vogliamo le cose veloci, preferiamo le scorciatoie alle vie maestre. Bisogna avere equilibrio nelle sconfitte e, lo dico in primo luogo per me, anche nelle vittorie. Il primo giorno che sono arrivato all’Inter ho detto: “Io non sono perfetto e nemmeno voi. Ma insieme possiamo fare grandi cose”. E così è stato».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
