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fcinter1908 news interviste Chivu: “Bastoni? Non potevo lasciarlo solo: ho deciso di fare a modo mio e difenderlo”

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Chivu: “Bastoni? Non potevo lasciarlo solo: ho deciso di fare a modo mio e difenderlo”

Andrea Della Sala Redattore 
Intervistato dal Corriere della Sera, il tecnico dell'Inter Cristian Chivu ha parlato dei suoi inizi, ma anche del caso Bastoni e di come lo ha gestito

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Intervistato dal Corriere della Sera, il tecnico dell'Inter Cristian Chivu ha parlato dei suoi inizi, ma anche del caso Bastoni e di come lo ha gestito

Cristian Chivu, mi racconta come era da bambino e come è nato il suo amore per il calcio?

«Ero un bambino felice. Avevo poche cose, quelle consentite dal regime comunista in Romania. Ma sono cresciuto con l’educazione ricevuta da parte dei miei, appassionato di essere un bambino, con la voglia di non perdere quella felicità. Avevamo poco, ma ce lo godevamo tutto. Ero appassionato di calcio, perché mio papà era un ex giocatore. All’epoca faceva l’allenatore di una squadra amatoriale. Io da piccolo ero felice, ansioso di scoprire quello che il mondo mi avrebbe offerto».

Si ricorda il primo pallone con cui ha giocato?

«Era una pallina da tennis con cui giocavo in casa, studiavo le traiettorie, i meccanismi di palleggio e di tiro. Ricordo quella pallina da tennis che volava su tutte le pareti della stanza. La colpivo di testa o al volo e finiva nella porta della camera, che per me diventava la rete».

Suo padre è morto quando lei stava cominciando la sua carriera.

«Avevo sedici anni e mezzo. Volevo dimostrargli quello che lui ha sempre pensato di me ma che io ho saputo solo dopo da mia mamma: che potessi crescere responsabilmente, e farmi strada con le mie forze. È stato l’unico obiettivo della mia vita: dimostrargli di saper fare cose belle e giuste, da ragazzo maturo. Purtroppo non ha potuto vedermi crescere. Il giorno che se ne è andato ero in ritiro, ho fatto in tempo a salutarlo. Il giorno dopo, come lui avrebbe voluto, ero in campo per una partita».

Si ricorda quell’ultimo colloquio?

«Gli ho detto di non preoccuparsi perché sarei diventato molto responsabile e mi sarei preso cura io di tutta la famiglia. All’improvviso sono cresciuto e quella promessa l’ho sempre avuta davanti agli occhi e quell’impegno mi tiene sempre con i piedi per terra, nei momenti belli e in quelli più duri».

Ricorda la caduta di Ceausescu? Lei aveva nove anni.

«Erano i giorni di Natale. Mio papà era subingegnere in una fabbrica di armi. L’azienda era stata chiusa e a tutti i dipendenti era stato dato l’ordine di presidiare luoghi strategici. Una sera papà tornò a casa e disse che doveva andare a fare la guardia e ci raccomandò di non uscire di casa perché a Timisoara avevano cominciato a sparare contro i manifestanti. Quella notte l’ho vissuta con grande ansia, si sentivano gli spari anche da casa. Ho un ricordo preciso, scolpito: mio padre che esce di casa la sera essendosi rasato e la mattina dopo torna con la barba».

Anche se era bambino, ricorda quando Ceausescu dal balcone dove stava tenendo un comizio sentì per la prima volta le voci della protesta?

«Sì, eravamo tutti con l’ansia di capire quello che stava accadendo. Il telegiornale di regime minimizzava, ma noi sentivamo Radio Europa Libera e capivamo che il regime stava vacillando. Pensavamo che lui riuscisse a scappare. Ma poi l’hanno preso, gli hanno fatto un processo al volo e la storia del mio Paese è cambiata».

Cosa significava per un bambino romeno la parola libertà?

«Vuole la verità? La possibilità di avere cose. Di vivere normalmente, di mangiare normalmente. Allora avevamo solo due litri di latte, un paio di uova, un po’ d’olio e il pane solo il sabato. La libertà era avere una fetta di prosciutto, un quadrato di cioccolata. Ci crede che io ho mangiato la mia prima banana a otto anni?».

Quando ha deciso che avrebbe fatto il calciatore?

«A nove anni. Ero ancora sotto il regime e frequentavo una scuola calcio proprio in quel dicembre. Il mio sogno era poter avere uno stipendio da portare a casa. Come facevano i miei che a fine mese contavano i risparmi e li nascondevano. Volevo fare come mio padre».

Quando è diventato ricco cosa ha regalato a sua madre?

«Una casa. Ho fatto tanti regali a mia mamma, ma non sono sufficienti a risarcirla degli sforzi che lei ha fatto, rimasta da sola, per tirare su me e mia sorella. Mi ha ripagato il suo orgoglio per la mia carriera, per aver studiato e aver mantenuto la promessa fatta a mio padre».

Chi è stato povero ha più «fame» di chi ha frequentato i campi in erba delle scuole calcio e le docce tiepide?

«Oggi in Europa si trovano difficilmente situazioni come quelle del passato. È in Africa che si avverte questa voglia di riscatto sociale. La fame fornisce una spinta importante: la voglia di uscire dalle situazioni di difficoltà, di emergere, di risarcire tutti i sacrifici che la tua famiglia ha fatto per te... Sono cose che ti trasmettono qualcosa in più rispetto a chi potrebbe sembrare un po’ più leggero, un po’ più superficiale, a chi non ha conosciuto la fatica di vivere».