fcinter1908 news interviste Chivu: “Dumfries, Palestra, il mercato: dico tutto! Dopo Udinese e Juve temevo l’esonero ma…”

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Chivu: “Dumfries, Palestra, il mercato: dico tutto! Dopo Udinese e Juve temevo l’esonero ma…”

Marco Astori
Marco Astori Redattore 

Non pensa che si parla tanto di altri allenatori ma, forse, non abbastanza di chi ha vinto due trofei?

"Non mi interessa, non tutti sanno cosa voglia dire allenare una big come l’Inter, in cui l’obbligo non è solo il bel gioco, ma la vittoria. E noi abbiamo pure giocato bene, oltre a vincere! Non è semplice guidare grandi giocatori con ego forte, conoscenza del gioco e profonda autostima. È più facile lavorare con un giovane, perché puoi modellarlo come vuoi tu, ma questo non c’entra niente con la presunta divisione giochisti-risultatisti".

Ma lei come è riuscito a convincere un gruppo con tanti ego a seguirla così tanto?

"Di fronte ai miei ragazzi io voglio solo essere uomo, non una figura autoritaria. Poi è sempre un do ut des e dai giocatori ho ricevuto solo la stessa premura. In un club può venire anche il miglior allenatore del mondo, con le sue idee più evolute, ma se il gruppo non lo accetta è tutto inutile. In pista bisogna sempre ballare in due: se balli da solo ti portano al manicomio. Probabilmente, ho convinto con la mia umanità, con le parole, col lavoro che conta molto di più del tirare pugni sul tavolo. Poi magari l’anno prossimo perdo tre volte e mi mandano via, ma sarò sempre fatto così".

Dopo un anno nel frullatore, però, sarà pure cambiato come uomo? 

"No. Io non mi esalto perché abbiamo vinto come non mi sono depresso quando mi hanno criticato. Sono uguale e aperto alla crescita. Posso anche cambiare, a partire anche dal sistema di gioco, ma quello per me conta poco. Ripeto, io voglio evolvermi, non cambiare. Come voglio che questa squadra possa evolversi nella stagione prossima".

Si è però sorpreso di iniziare subito la sua avventura vincendo due trofei? 

"No. Ho avuto sempre le idee chiare e una giusta autostima: aspettavo solo un’opportunità e me l’ha data il Parma, poi mi sono subito ritrovato nel luogo in cui ho passato 20 anni. La mia casa. Non mi entusiasmo nemmeno ora che ho vinto, anzi penso che rientri nella normalità di un club così grande. Ora vado avanti, più preoccupato per la prossima stagione perché sono competitivo e ambizioso: io voglio vincere, sempre".

In questa stagione, è stato accusato di aver modificato la sua comunicazione: dall’inizio ecumenico ha poi tirato fuori le unghie per difendere i suoi. In questo cambiamento vede coerenza? 

"Sono accusato di tutto, anche di aver vinto solo due trofei... Non sprecherò energie su discorsi di questo tipo di chi non conosce. Io so qual è il mio ruolo in questa società, ho una certa esperienza per sentirmi a mio agio in uno spogliatoio così importante e capisco come cambiare i miei contenuti in base a quello che voglio trasmettere. Non ho mai parlato di altre squadre e non mi interessa farlo nemmeno nel futuro, ma io difenderò i miei fino alla morte".

Guardando al futuro prossimo, sente di avere un certo vantaggio rispetto agli altri, dato quanto meno dalla stabilità? 

"Da una stagione all’altra cambiano tante cose e l’anno scorso eravamo noi a non avere per tutti stabilità. Si diceva fosse finito un ciclo, e invece... Siamo consapevoli che tutte le squadre ripartono da zero con tante incognite, quindi non vedo nessun vantaggio in partenza".

Lei ripete spesso che il vecchio incidente alla testa le ha fatto guardare il mondo e la vita in modo diverso: in che cosa, di preciso?

"Da quel momento non vedo fantasmi, non mi dedico a cose che non considero significative, non mi preoccupo di ciò che si dice in giro, vado dritto per la mia strada provando a essere la migliore persona possibile nei confronti di chi mi vuole bene. Ho imparato a domare i miei pensieri, che è la cosa più importante".