Quando hai percepito di aver vinto lo scudetto?
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Chivu: “Vi dico vero motivo del caos Bastoni! A chi mi ha detto finto prete rispondo che…”
Dopo Como. Perché sapevo che avrebbe tolto un sacco di cose ai competitor: tutti si aspettavano Roma e Como in cui potessimo perdere punti e invece abbiamo fatto 6 su 6. Como è stata determinante: è la vittoria scudetto, l'ho detto subito ai ragazzi e allo staff perché avrebbe tolto cose agli altri infatti il Napoli ha pareggiato a Parma. Non siamo stati speculativi ma pragmatici. Un po' di culo? Affrontare il Como non è mai semplice, il culo ci vuole sempre: prima o poi un calo loro c'è perché spendono tanto nel gioco. Hanno 7 numeri 10 compreso il portiere in campo: hanno qualità e intensità, ma le ambizioni nostre erano diverse e c'erano più motivazioni per portarla a casa perché sapevamo l'importanza della partita.
Allenare il Parma e l'Inter sono mestieri diversi?
Sì. Perché cambia tutto il contorno, le aspettative, l'impatto mediatico e le richieste: è sempre fare l'allenatore ma di là c'è qualcosa in più su cui incidere. Di qua è gestione e convincere: non è semplice allenare uno dei più forti centrocampisti che ha vinto sempre il miglior premio dell'anno e devi dirgli cosa fare. Anche Calhanoglu è dentro quel discorso. Devi creare un'armonia in cui li convinci che è la cosa giusta: poi sono in grado loro di sistemare una partita, non a caso hanno vinto i premi di migliori giocatori. Si può fare l'allenatore e il gestore, l'allenatore è un gestore: devi adattarti alla realtà di un gruppo, ai limiti e ai pregi. Il piano gara lo fai in base ai principi e l'identità che hai dato, ogni tanto devi cambiare senza stravolgere: parliamo sempre di principi e di come ti affronta l'avversario. Tante partite le abbiamo preparate in un modo e poi l'avversario non faceva niente di quello che aveva fatto in passato perché con l'Inter tutti cambiano. E tu devi essere pronto e riconoscere le situazioni: o le prepari in campo o al video. Devi simulare cose, poi sta nelle loro conoscenze di gioco: e per fortuna l'Inter ha grandi giocatori.
Quanto cambia il lavoro da luglio maggio?
Devi essere coerente: è vero che il caos a volte funziona, ma devi mantenere coerenza perché quello che dici a inizio anno non può cambiare nella partita. Devi toccare certe cose per migliorare tipo non subire le transizioni: ma giochi ogni tre giorni e non hai tempo di allenare all'Inter. Tu inizi a settembre e fino a gennaio non alleni niente, solo i giocatori che non giocano perché devi mantenerli allenati: ma la parte tattica la fai a -1 prima della partita ma senza volume.
C'è stato qualche giocatore che ha suggerito qualcosa?
No, ho dovuto suggerire io a loro di cambiare certe cose che non mi piacevano. Ma è un'esperienza assimilata da giocatore: certe domande me le facevo confrontando gli allenatori. Ho imparato che non sono tutti uguali e che l'allenatore deve cambiare i principi senza cambiare ambizione e motivazione. Sta a me convincerli che determinate cose funzionano. E la cosa più importante è vincere perché quando vinci hai più credibilità e hai più motivazioni. Quando si perde qualcosa viene sempre fuori, qualche lamentela: ma è normale. E' fisiologico e devi essere bravo a confrontarti. Tanti allenatori mi hanno dato qualcosa, chi nella gestione, chi nella motivazione e chi nella tattica: la domanda è se quel tecnico funziona in un altro gruppo e non è detto. Magari uno tatticamente è impeccabile e ti dà codifiche, poi passi in un gruppo di giocatori forti e ti chiedi se può incidere: tu puoi andare da Messi a dirgli di fare un certo movimento? Non ce la fai. Serve adattarsi al gruppo. Un allenatore incide tanto nella preparazione, nel piano gara, nella lettura durante la gara, nel portare i giocatori pronti mentalmente: le partite cambiano in base all'avversario. Giocare contro le big è facile a livello di motivazione: quando la mente del giocatore dice che col minimo sindacale si porta a casa, allora c'è il rischio del calo. Lì sta la bravura dell'allenatore, nel trasmettere una motivazione più importante.

Tu quanto parli?
Prima della partita parlo, la riunione a volte dura 2 minuti, a volte 5 o 15: dipende da come vedo il gruppo. Se è stanco a livello mentale non vado a rompere. All'intervallo 8 minuti li parlo e dipende: posso essere calmo o incazzato, qualche tv è volata via. Qualche pugno o incazzatura l'ho avuta e le cose andavano bene perché si vinceva. Sta sempre a capire di non ripetere certi errori. Dopo la partita non parlo, ho parlato una volta e mi è bastato: non era il derby, dopo la Juve.
Quanto hai rosicato per i derby persi?
Ho rosicato zero. Per me è una partita di calcio persa, la cosa più importante è come reagisco e cosa faccio alla prossima, anche perché non ti permetti di andare a rosicare per una partita persa, non hai tempo perché devi preparare la prossima. Lo so che sono arrabbiati e incazzati, ma lo sono anch'io, però non vado a fare vedere e fare il figo di turno. Abbiamo perso una partita, basta, si volta pagina e si riparte da zero. Funziona anche quando vinci, bisogna che le cose vadano così.
Quante regole hai dato?
Per me non esistono regole, ci sono gli standard: all'Inter capiscono che non sono le regole a fare forte una squadra, ma ci sono standard dati dalla società e dal gruppo che ha raggiunto due finali e vinto trofei. Gli standard sono importanti: poi non faccio io le multe, c'è il capitano che raccoglie.
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