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Longo: “Inter? Pensavo fosse tutto “dovuto”. Oggi mi considero un privilegiato”
Samuele Longo, ex attaccante del settore giovanile dell'Inter e a lungo sotto contratto con i nerazzurri, ha rilasciato un'intervista a FanPage: "Per un calciatore la stabilità è importante. A volte ho dovuto digerire situazioni che, oggi, con l'esperienza che ho, non accetterei più. Avrei dovuto essere più padrone del mio destino. Tornando indietro, certe decisioni le prenderei io, senza farmele imporre. Magari non sarebbe cambiato nulla, ma almeno adesso non avrei nessun rimpianto".
Non era scontato allenarsi con l'Inter del Triplete e giocare con Campioni del Mondo come Luca Toni e così via…
"Adesso capisco quanto io sia stato fortunato, ma a quei tempi pensavo che fosse un percorso definito, diciamo così. Era la naturale evoluzione della carriera che mi immaginavo. Ero un giovane considerato forte, Primavera dell'Inter, nazionale Under 21 con Immobile, Bernardeschi, Berardi e tanti altri, pensavo che allenarsi con la prima squadra fosse "dovuto". Oggi, invece, mi considero un privilegiato. Non sono tanti i giocatori che possono dire di essersi allenati con Eto'o, Sneijder, Milito, Toni ed esser stati allenati da Mourinho, Conte e Pochettino, solo per citarne alcuni…".
Ecco, appunto: giocatore più forte?
"L'idolo assoluto è – e resterà – Ronaldo il Fenomeno, ma tra tutti quelli che ho incrociato, Eto'o era di categoria superiore. Un mostro. Tuttavia, c'è solo l'imbarazzo della scelta: Milito, Icardi, Cassano e tanti altri, posso dire di aver giocato con i migliori. La cosa che più mi è rimasta impressa, però, è la loro disponibilità e l'attitudine. Gente che aveva vinto tutto, ma con un'umiltà straordinaria. Palacio mi è rimasto nel cuore per la sua gentilezza. Toni era un fantastico uomo spogliatoio: un Campione del Mondo che scherzava con tutti, anche i più giovani, e che faceva gruppo come pochi. Di Icardi se ne sono dette tante, ma è un ragazzo di una disponibilità rara".
Neanche ad allenatori sei messo male…
"Mourinho l'ho vissuto solo in qualche allenamento, non ho mai fatto un ritiro vero con lui. Ci chiamava soprattutto quando c'era la sosta per le nazionali per allenarci con gli elementi della prima squadra che rimanevano ad Appiano, però è vero che eravamo i suoi "bambini" come ci chiamava lui. L'atteggiamento era quello paternalistico, ma in quelle occasioni era piuttosto "distaccato", nel senso che lasciava dirigere ai suoi collaboratori e lui guardava da lontano, prendendo appunti. Tuttavia, aveva una personalità e un'aura che percepivi da chilometri, una di quelle persone che, anche se sei girato di spalle, "senti" che è entrato nella stanza".
Qualche signore della panchina che ti ha davvero impressionato?
"Beh, si dice che Conte sia un "martello" e questo lo posso confermare (sorride, n.d.r). Spesso si usa questo termine in senso negativo, mentre io la considero una dote, perché il suo atteggiamento era sempre positivo. Mi ricordo che abbiamo iniziato il ritiro (stagione 2019/2020 n.d.r.) e ognuno di noi, dal ragazzino al campione, dopo due settimane sapeva esattamente quali fossero i movimenti da fare in ogni situazione. Le sessioni di allenamento erano infinite ed estenuanti, e anche questo posso confermarlo, ma non solo dal punto di vista fisico. Sul campo si lavorava tantissimo, se una cosa non riusciva come l'aveva in mente, fermava tutto e te la rispiegava anche dieci volte per fartela capire, ma alla fine avevi la sensazione di giocare con il pilota automatico. Mai più provato nulla di simile!".
Dalla tua Inter a quella di Pio Esposito, cos'è cambiato?
"Premesso che Pio Esposito per me è fortissimo e sarà uno dei giocatori più importanti del calcio italiano per tanti anni, posso dire che i ragazzi di oggi sono più "fortunati". Ai nostri tempi, i club italiani avevano maggior disponibilità economica, per cui si potevano permettere di fare campagne acquisti importanti. Oggi, invece, devono fare di necessità-virtù e quindi per i giovani ci sono più occasioni…".
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