Paolo Maldini dice tutto. Intervistato dal Corriere della Sera, l'ormai ex direttore tecnico della Nazionale ha rivelato il perché delle dimissioni e non solo

malago

VIDEO FCIN1908 / Malagò: "Ecco qual è la priorità. Il calcio italiano non può..."

IL SUO PROGETTO

8-10 anni sono tanti.«Questo è l’unico punto su cui in Lega ho trovato un certo scetticismo. Ma è il tempo stimato da noi sulla base dell’esperienza non solo delle grandi potenze, l’Inghilterra la Francia la Spagna, ma anche delle altre nazioni che hanno rifondato il loro calcio, come la Svizzera. La ristrutturazione aveva bisogno di tutte le componenti, che devono parlarsi e aiutare».

I prossimi Mondiali sono tra quattro anni.«E gli Europei tra due. So bene che se non ci fossimo qualificati saremmo saltati. Forse non è giusto, ma è così. Bisogna vincere subito. Ma bisogna anche preparare il futuro».

marotta

VIDEO / Marotta: "FIGC? Malagò autorevole e competente, era necessario uno così. La Serie A..."

Da dove avreste cominciato? «Avevamo già cominciato. Siamo stati a Coverciano. È una macchina ferma. Ci sono tantissime persone che vorrebbero fare, ma non sanno cosa fare. Attendono un obiettivo, delle indicazioni. Incontrarle ci aveva dato un sacco di energie, in un ruolo che spaventa».

Quale sarebbe stato il progetto? «Un cambiamento radicale. Metodologie di lavoro completamente diverse, più offensive.
Formazione di nuovi talenti. Sostegno a tutta la filiera delle Under. Sarei diventato presidente del Club Italia, che è fatto da diciannove squadre: le giovanili, le femminili, il beach soccer, il Futsal…».

Maldini, il calcetto è divertente, ma noi vorremmo che i nostri figli e i nostri nipoti potessero tifare Italia nel 2030, con la stessa emozione con cui l’abbiamo fatto noi da ragazzi.«Certo. Ma se poi usciamo al primo turno, e dobbiamo ripartire da capo? Vogliamo renderci conto che il nostro calcio ha perso competitività, non soltanto nei confronti delle grandi, ma anche di nazioni che ci sono sempre state inferiori? Siamo consapevoli o no che dobbiamo rivedere tutto, dalle strutture alla cultura?».

Paolo Maldini

Il suo modello è il Milan di Berlusconi? «Berlusconi è stato un modello di gestione. Ha vinto tutto spendendo meno di altri club che hanno gettato miliardi prima di vincere…».

Si riferisce all’Inter?«No. Penso a squadre straniere, dal Chelsea al Psg. Il Milan di Berlusconi andrebbe studiato. Ha insegnato che la struttura dell’azienda in cui lavori è fondamentale, che è importante il rispetto del ruolo: chi doveva decidere decideva, e poi veniva giudicato per quello. Mi pare che non si usi più. La base di qualsiasi contratto di lavoro è prendersi le proprie responsabilità. Se sbaglio, sbaglio con le mie idee. Ma Berlusconi non cambiò soltanto la gestione».

Cos’altro? «La cultura. Ogni giorno a Milanello arrivava qualcuno a insegnarci qualcosa. Eravamo sfiniti dagli allenamenti di Sacchi, e veniva uno a insegnarci l’inglese, un altro l’alimentazione, un altro la storia dello sport… All’inizio eravamo perplessi. Poi abbiamo capito che era importante. Oggi non puoi competere a livello internazionale se non cresci sotto ogni aspetto».

Malagò l’ha delusa? «C’era un rapporto basato sulla fiducia. Se fai una scelta poi la devi difendere. Se racconti quel che pensavi di creare, la scelta si capisce un po’ di più. Faccia il confronto con il campionato italiano di venti o trent’anni fa».

Nel 2003 portammo tre squadre su quattro alle finali di Champions. Nel 2006 siamo diventati campioni del Mondo. Il suo Milan ha vinto l’ultima Champions nel 2007, l’Inter nel 2010. Poi più nulla, a parte l’Europeo di Mancini.«Tecnicamente siamo un Paese che non crea più giocatori di talento. Qualcosa non funziona a livello sistemico. I miei figli l’hanno visto nelle giovanili del Milan: si parla solo di tattica; se un ragazzo ha talento, è un problema. Ma questo va contro le regole del calcio moderno. E poi abbiamo stadi fatiscenti, centri sportivi inadeguati. Volevamo coinvolgere tutti per cambiare norme e regolamenti nel minor tempo possibile».

Maldini

Quali norme? «Un Patto per le Nazionali. Regole che spingessero i calciatori italiani a giocare nelle squadre di serie A, B e C. Investimenti obbligatori nel settore giovanile. Qui non sappiamo più difendere e non sappiamo più attaccare; siamo lenti; e gli arbitri fischiano troppo». Pensavate a regole che impongano di tenere in campo un minimo di italiani? «Le norme europee di libera circolazione non lo consentono, ma una soluzione l’avremmo trovata. E poi bisogna formare in modo più moderno gli allenatori. Oggi un allenatore che segue i ragazzini tra i 10 e i 14 anni prende mille euro al mese, deve avere un secondo lavoro. Bisogna aiutarli, perché quella è l’età decisiva».

E lei come si sente? «Ho un cruccio che mi porterò dentro. Avevo assunto un impegno gravoso che nei giorni era diventato quasi un sogno: fare qualcosa per le prossime generazioni, per costruire un’Italia competitiva. Un sogno interrotto ma bellissimo, anche per le tante persone che avevo trovato disposte a lavorare. Sa di cosa ci ha parlato a lungo Guardiola?». Di cosa? «Dell’impatto che Cruijff ebbe sul calcio spagnolo. Per due anni fu combattuto da tutti. Ma se oggi la Spagna crea talenti, è grazie alle indicazioni di Cruijff. Non vogliamo paragonarci a lui. Ma la strada era quella. Difficile, lunga; ma avrebbe cambiato l’identità del calcio italiano. È un peccato. Un vero peccato».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti
Tutti
Leggi altri commenti