Intervistato da La Gazzetta dello Sport, l'ex giocatore dell'Inter Gianpiero Marini ha parlato della sua squadra e anche di quella di Chivu:

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Marini: “Inter, non sono superstizioso: vincerà lo scudetto. Marotta e Chivu straordinari”
L’Inter 1979-80, campione d’Italia.
«Tutti italiani. Lo straniero, Prohaska, è arrivato l’anno dopo, con la riapertura delle frontiere. Abbiamo vinto, in testa dalla prima all’ultima giornata. C’era Eugenio Bersellini, un allenatore serio e capace. Noi lo abbiamo seguito, ci volevamo bene. Abbiamo un gruppo su Whatsapp, ci incontriamo una volta all’anno. È bello stare insieme».
Bersellini ha lanciato Bergomi. E lei, Marini, è stato il primo a chiamarlo “zio”. Com’è successo?
«Era un ragazzo della Primavera, aveva 17 anni. Entrò nello spogliatoio e disse: “Buongiorno”. Lo guardammo, io dissi: “E tu chi sei? Con quei baffoni somigli a mio zio”. Era Beppe Bergomi, al suo primo allenamento».
Poi assieme a Bergomi ha vinto il Mundial 82, con Enzo Bearzot.
«Il nostro meraviglioso Vecio. Mi ha chiamato tardi, a 30 anni, e mi ha detto: “Da qui non ti muovi, starai a lungo con noi”. Mi ha regalato una delle gioie più grandi della mia vita».
Lei quanti anni di Inter ha fatto?
«Undici campionati, poi le giovanili e altri incarichi. Più di vent’anni. Molti compagni, tanti campioni. Dopo Javier Zanetti sono il nerazzurro con più scatti di anzianità. Ho giocato e visto molte Inter. Adesso la guardo in tv».
E cosa vede?
«Intanto la vedo lassù. Prima. Ed è un bel vedere. Questa è una squadra massiccia e potente. La più forte di tutte, in assoluto. Vincerà lo scudetto…».
Ahi, lo sa che non si dovrebbe pronunciare. Lei non è superstizioso?
«No. Io guardo il campo e in campo vedo la migliore Inter di questi anni. Prendiamo l’attacco: ha i più forti, i migliori. Chi ha attaccanti come Lautaro, Thuram e il ragazzo, Pio? Nessuno. E c’è anche Bonny. Poi il centrocampo, la difesa organizzata. E Dimarco? Ma lo vedete come gioca, cosa porta su? Vince lo scudetto, è nettamente la più forte».
Il segreto? La squadra, Chivu o Marotta?
«Un po’ di tutto. L’Inter non sbaglia un colpo, in campo e fuori. Ha dirigenti capaci, preparati, campagne acquisti, giocatori giusti. Un grande presidente e un grande allenatore».
Dicono: Marotta è un uomo di calcio, fa la raccolta degli scudetti…
«Non è solo un uomo di calcio. È uno straordinario dirigente, sa come muoversi, conosce il giro del lavoro, i tempi e le storie. L’ho conosciuto a Varese, ai tempi di Maroso. Era un giovanissimo impiegato, davvero un predestinato, è diventato un numero uno».
Cristian Chivu?
«Straordinario. L’allenatore giusto, l’uomo perfetto. Ha giocato, e bene, molto bene, al calcio. Era capitano all’Ajax a poco più di vent’anni. Dico, ragazzi, vogliamo parlarne? Abbiamo in casa un tecnico di enorme spessore, decisamente proiettato verso un grande futuro. Ha allenato le giovanili, sa come trattare anche i ragazzi, è uno del loro mondo. Oggi i giovani sono avanti, molto più di come eravamo noi. Quando ero a Varese c’era Nils Liedholm, che diceva: “Sai, io ho allenato i giovani e chi lavora con loro poi può fare molte buone cose”».
Lei ha allenato poco. No?
«Sì, la Primavera dell’Inter. Ma ho vinto, nel 1989, il campionato. Poi, cinque anni dopo, sono subentrato a Osvaldo Bagnoli. Una stagione molto complicata, però abbiamo conquistato la Coppa Uefa. C’era una buona rosa: Zenga, Berti, Bergkamp, Ruben Sosa. Ho fatto 12 partite. Dopo sono andato in serie C, a Como e alla Cremonese. Ancora Como, un po’ di Italia giovanile e stop».
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