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Marotta: “Sogno la Champions, Chivu merita il rinnovo! Bastoni penso rimarrà e cito 3 nomi”
Intervista esclusiva con Giorgia Rossi su DAZN per il presidente dell'Inter, Beppe Marotta. Queste le sue dichiarazioni, direttamente dalla sala trofei dei nerazzurri. "Il primo scudetto da presidente è un'emozione grandissima chiaramente da interista, ma soprattutto da ragazzo che è diventato uomo che aveva il sogno nel cassetto di diventare dirigente. Non avrei mai immaginato di diventare presidente, soprattutto dell'Inter, ma è il bello della vita. È un sogno realizzato. Dietro ogni coppa c'è tanto sudore, non tanto da parte mia, ma da parte di tutti coloro che hanno dato il minimo e il massimo contributo al raggiungimento di questo obiettivo che è molto meritato".
Il successo dura un attimo, poi bisogna andare subito oltre?
"Io lo trasformo in qualcosa di romantico: i sogni si realizzano, poi bisogna avere la capacità crearne dei nuovi. In Europa vorremmo raggiungere qualcosa l'anno prossimo. I sogno sono anche obiettivi. Nello sport e nel calcio non bisogna essere arroganti che è un difetto ma ambiziosi, alzare l'asticella per traguardi più importanti. L'anno prossimo la alzeremo ancora di più".
Lei ha parlato di evoluzione e non di rivoluzione sul mercato.
"Secondo me, la squadra di per sé ha uno zoccolo duro, uno scheletro ben preciso di giocatori che sono qua da alcuni anni. Mi riferisco a Barella, Bastoni, Lautaro, cito tre nomi non a caso. Hanno creato questo zoccolo duro in cui entrano anche gli altri quando arrivano. Oggi è importante trasmettere la cultura della vittoria anche ai nuovi arrivati che forse non hanno esperienze così importanti".
I tifosi possono dormire sonni tranquilli per Bastoni?
"Io penso di sì. Noi per principio non siamo dei venditori. Se un giocatore va via, è perché anche lui ha espresso la volontà di andare via. Devo dire che Bastoni assolutamente non ha espresso la volontà di andare via. È contento qui con noi, quindi noi non abbiamo la necessità di doverlo cedere. Penso che starà con noi ancora".
Per il rinnovo di Chivu è questione di ore?
"Più che di ore è un atto formale, non è un aspetto prioritario rispetto al programma che ci attende. Ha un contratto, lo allungheremo perché è giusto allungarlo. Ha dimostrato di essere non solo all'altezza della situazione, ma di essere uno degli allenatori emergenti in ambito nazionale. È giusto che abbia una gratificazione da parte della società, nell'allungamento e anche nella rivisitazione dell'aspetto economico".
L'ultima Champions vinta nel 2010: cosa è la Champions per lei oggi? Sogno, obiettivo, ossessione?
"Un sogno perché ho rispetto degli avversari. Un obiettivo come manager e come colui il quale deve dare obiettivi e input alla squadra. Noi ripartiremo con la stessa volontà di questi anni: vogliamo tornare in finale per la terza volta, spero tanto che i giocatori mi regalino questo trofeo dopo 4 finali perse (due alla Juve, ndr). Spero tanto di poterla alzare prima della pensione".
Dove nasce il soprannome Beppe?
"Mi chiamano Beppe da quando sono bambino, Beppe mi conoscono tutti. Mi chiamano ‘dire’ in società, perché per diventare direttore ho impiegato una vita, per presidente è bastata una firma. Per il mio status è più giusto ‘dire’".
Cosa rimane del Marotta bambino oggi?
"Oggi di me bambino c’è quella purezza di poter vivere emozioni che ti fanno sia gioire che rattristare. La gioia nasce da risultati sportivi o belle conoscenze nella vita, la parte triste dalle sconfitte o anche dalla fiducia che riponi in persona che non viene ripagata. Le mie ferite sono tutte rimarginate, ho una corazza davanti, uno scudo di fronte a situazioni non gradite".
C'è qualcosa lasciato a metà nella vita professionale o lavorativa?
"Tante cose, soprattutto negli affetti, nel poco tempo dedicato ai miei figli. Quando entri in questo mondo, è un vertice in cui vieni sempre coinvolto maggiormente. Per vincere serve tanto tempo e curare i particolari che sono fondamentali, se non li curi non vinci".
Che rapporto con voci, dietrologie, polemiche?
"All'inizio ero risentito, ora lascio scivolare i giudizi lesivi sulla mia immagine. Ho vinto parecchio io negli anni e subentra la cultura dell'invidia purtroppo nel nostro paese. Soprattutto in quel mondo digitale, valanghe di critiche e insulti, ci sono i leoni da testiera".
Il capolavoro della sua carriera?
"Alla Sampdoria rischiavamo la Serie C, averla portata in Champions dopo 9 anni è stata l'impresa più difficile. Mi rattrista oggi vedere una Sampdoria così conciata, meriterebbero una squadra di vertice i tifosi. Lo stadio è bellissimo, c'è il derby che è qualcosa di unico: auspico possa tornare presto in Serie A".
Analogie tra l'esperienza alla Juve e quella di oggi all'Inter?
"La Juve aveva una proprietà e ce l'ha tutt'ora che è la stessa da 100 e rotti anni. All'Inter ci sono stati cambiamenti negli ultimi 20 anni. Sono entrambe grandi società, fanno parte della storia del calcio italiano. Sono molto orgoglioso di essere all'Inter e di esserne presidente, è qualcosa di straordinario".
Vincere più bello da favoriti o no?
"Lo dico quasi polemicamente: tutti quest'anno hanno detto che l'importante è arrivare in Champions... Bisogna avere il coraggio di dire che bisogna vincere, l'Inter deve provare a vincere e arrivare sempre in alto".
L'addio alla Juve: cosa c'è stato dietro?
"La consapevolezza che la proprietà aveva voglia di dare un cambiamento alla struttura dei manager, ringiovanendola. Andrea Agnelli aveva acquisito esperienza e voleva un ruolo, in quel caso con stima reciproca le strade si sono divise. Ronaldo? Una leggenda metropolitana, non la condividevo al massimo, ma in modo spontaneo di confronto con presidente e società. Non era una cosa di litigiosità. È un grandissimo campione ma ritenevo fosse una operazione troppo grande per noi. Fa parte dei ruoli, il presidente ha fatto la sua scelta e io mi sono accodato. Chiaro che ricordo quel sabato, era un giorno di tristezza dopo 8 anni bellissimi. Poi io sono fortunato e coraggioso, ero sicuro si sarebbe aperto un portone. E nel giro di 24 ore è arrivata la chiamata di Zhang. Talmente in modo strano, non avevo il suo numero, pensavo fosse uno scherzo. Chiesi a Cairo, che aveva un rapporto con lui, se era il suo numero. L'ho poi richiamato e ci siamo visti il lunedì, qualche giorno dopo".
Dove si immagina post-Inter?
"Intanto vivo questo benissimo questo mio ruolo all'Inter e ringrazio Oaktree per la nomina di presidente. Ci stiamo togliendo belle soddisfazioni. Quando sarà chiuso questo capitolo, vorrei rimanere nello sport quasi per un debito di riconoscenza: ho ricevuto molto dagli altri. In un ruolo tecnico, visto che c'è bisogno di esperienza. Lo voglio soprattutto verso i giovani che vanno accompagnati".
I suoi più grandi amici nel mondo del calcio?
"Nel mondo del calcio ho due grandi amici Ariedo Braida e Giovanni Carnevali.. poi Adriano Galliani che ritengo il miglior dirigente in assoluto”.
Come giudica quanto successo con Bastoni? Lei ha preso pubblicamente le sue difese.
"Lo avrei fatto e lo farei sempre, Alessandro va giudicato dalle persone che lo conoscono. Chi non conosce, non può esprimere giudizi. Lo conosco bene: bravo calciatore e bravissimo ragazzo. Cosa ha commesso? Nulla di grave, un gesto che nel mondo del calcio ho rivisto esattamente 40 anni fa e lo rivedo oggi. L'enfasi mediatica oggi è incredibile, 40 anni fa non c'era. Un errore dettato dall'istinto più che dalla razionalità. Lui per primo lo ha capito, ma questo linciaggio morale che lo ha accompagnato... È un patrimonio dell'Inter e del calcio italiano. Degnamente indossa la maglia azzurra".
Chivu è stato un rischio calcolato?
"Su Chivu tanti critici - e l'Italia è piena - hanno detto che saremmo stati fortunati in caso di buon esito. Quando abbiamo deciso di puntare su di lui, lo abbiamo fatto con grandissima consapevolezza e con quel coraggio, quel rischio che fa parte dell'essere dirigente. Assumersi la responsabilità. Ma davanti avevamo un'analisi di una persona con skills positive. Capitano dell'Ajax da giovanissimo, giocatore del Triplete dell'Inter, cultura del lavoro, senso di appartenenza, amore per l'Inter. Ha vinto con le giovanili, al Parma aveva fatto bene. Era il profilo giusto, la società lo ha supportato. Gli mancava l'esperienza, oggi è già molto più bravo. La proprietà si è fidata di noi e ha un rapporto di grande stima verso l'allenatore".
Che effetto le fa vedere questa situazione Lukaku, simile a quella dell'Inter?
"Dispiace vederlo così, l'abbiamo perso di vista. È nelle sue caratteristiche, nel suo carattere, anche a noi aveva promesso che tornava e non è più tornato. Fa parte dei limiti dell'essere umano: uno può decidere di sposarsi o non sposarsi con lui".
Perché diede tempo a Inzaghi di decidere il suo futuro anche dopo la finale? Lo avrebbe tenuto dopo la disfatta?
"Lunedì fu sancita la risoluzione consensuale. Non potevamo intervenire prima, c'erano di mezzo tanti traguardi e generalmente è sempre meglio aspettare. A meno che lo stesso Inzaghi non fosse venuto a dirci che voleva andarsene, ma non era avvenuta. C'era l'alone di speranza che potesse rimanere. Lunedì, preso atto di ciò, abbiamo virato immediatamente su una scelta che si sta rivelando molto positiva".
Cosa non ha funzionato in Champions?
"Il Bodo è una realtà norvegese particolarissima, non esiste il campionato nazionale come sostanza. Si sono fermati, sono andati in Spagna, lo stadio e il campo sono al limite della praticabilità, è come giocare su questo pavimento. Abbiamo sbagliato quella gara. Quella di ritorno è figlia dell'andata. Merito anche a loro, hanno giocato una partita migliore. Poi forse il turno poteva essere alla nostra portata".
Qual è la prima riforma che farebbe Marotta nel calcio italiano?
“Siamo di fronte a una dispersione del talento oggi. Non è colpa di Gravina, Tavecchio o Abete. È cambiata la vita, c’è l’amore morboso per i-pad e cellulare oggi. Il calcio deve essere riportato obbligatoriamente nelle scuole e deve esserci maggiore competenza negli allenatori, intesi come maestri”.
Che rapporto ha con Gravina?
"Ottimo, io non lo incolpo di nulla, il ruolo del presidente è così. Dal 2006 è scesa la qualità delle nostre nazionali, puoi cambiare allenatore o giocatori, ma servono minimo 4-5 anni. Malagò uomo giusto? La Serie A si è espressa in questo modo ma è prioritario il ruolo della Serie A che deve essere ascoltata in modo maggiore. Bisogna valorizzare questo patrimonio che ha il calcio in Italia. Sport e turismo sono i patrimoni più grandi che abbiamo. Il mondo del calcio trova la maggior parte delle proprietà essere straniere. Significa che è finito il ciclo dei mecenati italiani. Ci affidiamo - meno male - a proprietà straniere. Immaginate cosa sarebbe successo a Milano: l'Inter ha vinto più del Milan ma comunque hanno vinto uno scudetto. Grazie alle proprietà straniere, dico a Zhang e Oaktree e lo stesso deve fare il Milan".
Ci parli di Conte da avversario dopo averci lavorato anche insieme...
"Lui ha il suo dna, ritrovarlo è il bello del calcio. Lui è completamente diverso da Spalletti, Conte, Inzaghi, Chivu. Lui fa della forte motivazione uno degli elementi più importanti. Lui mediaticamente non dico che è il più furbo ma è molto intuitivo, sa dosare bene le parole e sa alzare la voce nel momento giusto. Faticose le comunicazioni con lui ma perché sul lavoro è così, fuori poi è diverso".
Come mai Allegri non era l'uomo giusto per l'Inter?
"Quando si valuta, è giusto sentire anche altre realtà. Non nascondo che ci siamo incontrati con lui quando prendemmo Inzaghi, ma aveva già speso più di una parola con la Juve dopo aver rifiutato il Real Madrid. A parte questo impegno, quella discussione è servita per capire che non ci conciliavamo come programmi. Lui li chiedeva più ambiziosi e non potevamo garantirli. Ma praticamente era già l'allenatore della Juve".
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