Ne parlate spesso?
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Stankovic: “Inter a giugno? Sanno come la penso, decidono loro. Chivu conta, le sue parole…”
(sorride) “Un milione di volte. So tutto della carriera di papà.”
Avevi 5 anni quando vinse la Champions League con l’Inter.
(interviene) “Nel 2010. Conosco ogni secondo di quella partita a memoria. (ride) Dopo sono andato in campo con gli altri bambini. Nel grande Bernabéu. Quell’anno l’Inter vinse il triplete, prima squadra italiana a riuscirci. Con una squadra piuttosto anziana, quindi era la loro ultima occasione. Fantastico che ce l’abbiano fatta. Me lo porterò sempre dentro, ti fa sognare. Proprio come la finale di Champions dell’Inter dell’anno scorso. Ero in tribuna a Istanbul. (soffia) E ora gioco io a quel livello e segno anche. È tutto così veloce. Anche se non è sempre facile.”
“Lo senti, anche perché parliamo nella nostra lingua madre. Ivan fa sì che io scenda in campo con ancora più voglia e dia ancora di più. Insiste sul fatto che non devo accontentarmi troppo presto. Ci motiva ogni giorno, in palestra, nello spogliatoio. A volte penso che gli manchi essere calciatore. Ogni volta che parliamo, il tempo è prezioso. A volte nemmeno io so cosa succede. (ride) Grazie a lui entro persino in area. Non sapevo nemmeno di saper segnare così facilmente.”
Il tuo cognome a volte pesa?
“Soprattutto da bambino è difficile, vivere nello stesso paese dove tuo padre è una leggenda. Quando giochi, tutti parlano male. Sei solo ‘il figlio di’. Mio fratello maggiore Stefan ha smesso presto per questo motivo.”
Era in tribuna durante la partita d’andata. Quanto è orgoglioso che tu abbia continuato?
(raggiante) “Era in Belgio da un mese. Come mio padre, chiamo anche i miei due fratelli e mia madre appena arrivo nello spogliatoio. Sono la mia vita, il mio sangue, tutto. Cosa sarei senza di loro? Mio altro fratello Filip è portiere al Venezia. Lo vedo meno spesso purtroppo, spero presto con la nazionale.”
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