fcinter1908 news interviste Vecchioni: “Lautaro bandolero, ecco cosa canterei a Calha e Thuram. Inter un amante che…”

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Vecchioni: “Lautaro bandolero, ecco cosa canterei a Calha e Thuram. Inter un amante che…”

Matteo Pifferi Redattore 

In che cosa consiste di preciso questa identità?

“L’Inter è una squadra che, quando vince, lo fa in modo travolgente, come quest’anno. E quando perde, diventa tragedia, come nell’ultima finale di Champions o in altri episodi della nostra storia. Gloria e crolli improvvisi, a volte per una sciocchezza, come un portiere che si fa sfuggire una palla, vedi Radu, o come quella mano nel rigore di Inter-Lazio dell’anno passato. Ma la colpa è nostra, di noi tifosi interisti, che non pensiamo mai di poter battere il destino, la natura, la vita. Quando succede, è un sorso di felicità meraviglioso. Quando non succede, dobbiamo trovare un colpevole da qualche parte. In realtà i colpevoli siamo sempre noi, identici alla squadra che amiamo. Sì, siamo degli squilibrati...”.

Tutti i tifosi, un po’, lo sono.

“Sì, ma le nostre risposte non hanno mai, mai, mai equilibrio, sia alle vittorie che alle sconfitte. Non esiste una squadra così: i milanisti, pur essendo sempre della stessa città, sono più regolari. Non hanno momenti di rabbia o disperazione così forti. L’Inter è come un amante eccitato che corre con ardore dall’amata e poi spesso... si spegne sul più bello. Quest’anno, però, non è successo”.

Di chi è il merito?

“Del cambiamento portato da Chivu, uomo curioso della vita e non solo del calcio: non paragonatelo a Mourinho perché è molto offensivo e vuole sempre un gol in più. Di certo, ha saputo parlare al cuore dei giocatori, che sono tutti forti, compresi i nuovi acquisti. Penso che Inzaghi fosse un po’ più stanco alla fine, ma che in questo ciclo avremmo dovuto vincere più scudetti perché eravamo sempre superiori agli altri. A volte, però, ci guardiamo troppo allo specchio, ci vediamo troppo belli. Quest’anno, però, c’era una convinzione più forte, basti pensare alle ultime rimonte sul Como”.

Nelle sue canzoni torna sempre la parola “luce”: quanto è luminoso questo titolo rispetto agli altri?

“Ne ho vissuti di belli, soprattutto nell’epoca di Helenio Herrera: il 1962 è, forse, il preferito nella geografia del cuore. Ma ogni scudetto ti mette sempre allegria e questo, poi, è meritato completamente, anche perché non abbiamo lasciato niente in giro. In piazza Duomo, quando ci sarà la sfilata, sarò regolarmente al mio posto. Del resto, a me piace esserci, nel dolore e nel trionfo: ero allo stadio nelle finali vittoriose della Grande Inter, a Vienna contro il Real Madrid e nel diluvio di San Siro contro il Benfica di Eusebio. Ma, purtroppo, c’ero anche nello spareggio perso con il Bologna all’Olimpico o il 5 maggio: quella del 2002 è la ferita più grande di tutte, più di qualsiasi finale...”.