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Bodo Bjorn Mannsverk non ha un passato nel calcio, ma è il personaggio più in vista del Bodo/Glimt dal 2017, da quando la favola della squadra partita dalla B in Norvegia ha cominciato a diffondersi prima in patria e poi in Europa. Del resto non ci sono altri ex piloti di caccia con alle spalle missioni di guerra a fare i mental coach nel calcio. Si è raccontato ai microfoni del Corriere della Sera.
Dopo tanti anni, conta di più la continuità del suo lavoro o la necessità di trovare sempre nuovi stimoli?
«La continuità non solo è un vantaggio ma è il motivo principale per cui siamo stati capaci di intraprendere questo viaggio. Magari qualcuno oggi se lo dimentica o non lo sa, ma il Bodo arrivava dal nulla. Non c’erano aspettative e questo ci ha dato tempo per lavorare sulla nostra mentalità e sulla nostra filosofia».
Come si riassume?
«Il calcio è tecnica, fisico, ma anche mente. E se ci vuole tempo per imparare la tecnica e strutturarsi dal punto di vista atletico, così vale anche per la testa: passo dopo passo si vedono i cambiamenti».
Essere sempre sfavoriti vi dà dei vantaggi?
«Penso dì sì. La gente ama gli underdog e quella del Bodo è sempre una bella storia. Per noi è più facile performare, perché in realtà nessuno si aspetta molto da noi e questo ci toglie pressione».
È successo con la Roma di Mou nel famoso 6-1 e quest’anno col City di Guardiola e con l’Atletico di Simeone. C’è chi vi sottovaluta ancora?
«Mi sembra abbastanza ovvio. Non dico che lo abbiano fatto intenzionalmente, ma venire a Bodo è così diverso per le grandi squadre: tutto è piccolo, a partire dallo stadio con 8200 posti».
L’ambiente non è l’unica cosa, però.
«Vero. La cosa che sottostimano di più è la nostra capacità di giocare come una squadra. Questo può sorprendere le big: finché non ci incontri è difficile capire di cosa si tratta».
Gli 8 capitani aiutano a capirlo?
«Ora ne abbiamo 7, uno si è ritirato. Ma la cosa sta funzionando sempre meglio. Succedeva anche nella Royal Air Force: ci dividevamo il compito di guidare la linea per alleggerire la pressione e dividere la leadership. Se in un giorno non riesci a essere tu il leader, puoi aiutare un altro ad esserlo».
La sua carriera precedente è un riferimento quotidiano?
«Per oltre 20 anni ho seguito un certo tipo di formazione e di educazione: sarò sempre un pilota come forma mentale, soprattutto nel modo di focalizzare l’uso del tempo e delle energie, senza soffermarmi su quello che non posso controllare. È su questo che costruiamo le nostre performance».
Il controllo delle emozioni è la base di tutto?
«Il punto principale se vuoi performare ad alto livello è la concentrazione: allenare il focus ti consente di capire anche quando lo stai perdendo. Due atleti delle stesse potenzialità possono performare in modo diverso per il loro modo di pensare, di gestire le paure, le emozioni, gli errori, la fiducia».
San Siro può incutere timore al ritorno?
«Sarà divertente anche per me tornarci, perché quando ci sono stato contro il Milan era vuoto per la pandemia. Ci stiamo abituando ai grandi stadi e in fin dei conti la Norvegia ha vinto a Milano a novembre».
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