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Ernesto Pellegrini: “Inter, è la stella di Marotta. Inzaghi come il Trap, ora la Champions”

Alessandro Cosattini Redattore 
Ernesto Pellegrini, il diciassettesimo presidente della storia dell’Inter, parla in esclusiva a Tuttosport dopo lo scudetto

Ernesto Pellegrini, il diciassettesimo presidente della storia dell’Inter, nei suoi undici anni a capo del club nerazzurro ha vinto lo “scudetto dei record”, una Supercoppa Italiana e per due volte la Coppa Uefa. L’ex numero uno ha parlato così a Tuttosport: «Dopo la conquista del Tricolore provo gioia e emozione. Per la gioia è facilmente capibile il motivo, la forte emozione è per aver vinto lo scudetto della seconda stella in casa del Milan».

Il 2-1 nel derby conferisce maggiore storicità allo scudetto?

«Per me era la stessa cosa, però quella con i rossoneri è stata certamente una partita non difficile. Sembrava sulla carta più complicata, poi, a parte gli ultimi minuti, è andata via liscia».

L’Inter ha dominato pure il campionato. Se lo aspettava?

«Sinceramente no. Mi aspettavo una bella corsa, sicuramente un’Inter vincente, ma non così vincente. Oggi ci sono 17 punti di vantaggio sulla seconda, a memoria un distacco del genere non me lo ricordo».

Chi è per lei l’uomo scudetto?

«Beppe Marotta. È stato di una bravura incredibile a costruire una squadra vincente, con pochi spiccioli tra l’altro. Chapeau».


Lei spese moltissimi miliardi di lire. Oggi l’Inter deve sostenersi da sola.

«Sì, è così. Io mi ricordo bene la mia Inter. Ho dovuto comprare Matthäus, Brehme, Diaz, Bianchi, Berti, almeno cinque fuoriclasse, che indubbiamente erano costati parecchio. Quest’Inter è costata poco. La scorsa stagione, grazie alla cessione di Onana, i nerazzurri hanno incassato più di 50 milioni. Soldi che successivamente sono stati reinvestiti per comprare ottimi giocatori».

Da Presidente, quanto è cambiato il mondo del calcio negli anni? Lei spendeva i suoi soldi, oggi la parola d’ordine è sostenibilità.

«Il mondo è cambiato, indubbiamente. Se oggi non c’è sostenibilità non vai più avanti. È più complicato adesso. Alla mia epoca se avevi i soldi, spendevi e buonanotte. Adesso invece se non hai ricavi, non vai avanti».

Le piace Steven Zhang?

«È uno che non appare, ma si sente. I fatti parlano a suo favore. Perché non dirgli bravo? È una brava persona, ha dimostrato di essere anche un bravo dirigente. Ha tenuto legato lo staff, ha dato fiducia a chi lavora per lui. Con la fiducia si va lontano. Se dare pieno potere ai suoi dirigenti è stata la mossa vincente? Certo. Marotta, Ausilio e Baccin hanno lavorato benissimo, è questo il punto. Io poi resto convinto che finché Marotta rimarrà all’Inter, i nerazzurri continueranno a vincere».

Chi apprezza maggiormente dei calciatori nerazzurri?

«Lautaro innanzitutto. Poi il piccolo Matthäus, cioè Barella».

Quali calciatori della sua squadra avrebbe visto bene nell’Inter attuale e viceversa?

«Sarebbe troppo facile dire Matthäus, ma lo dico lo stesso. Nella mia squadra un tridente Serena-Diaz-Lautaro sarebbe stato pressoché imbattibile».

Chi avrebbe vinto tra la sua squadra e quella di Inzaghi?

«Sarebbe finita in pareggio (ride, ndr). Una bellissima partita terminata in pareggio tra due squadre fortissime».

Le piace Inzaghi?

«Sì, è un bravo allenatore. Silenzioso, non si esalta, non si deprime. Partito in sordina, è arrivato lontano. Sa motivare i giocatori, assomiglia al Trap come personalità e carisma».

Dove può arrivare l’Inter?

«Nella prossima stagione i nerazzurri possono puntare a vincere la Champions. Se viene confermata questa squadra, magari rinforzata, non so dove, non compete a me, l’Inter può vincere sia in Italia che in Europa. Quest’anno contro l’Atletico Madrid non sono stati fortunati, sono usciti per poco».

Dal cielo Brehme avrà esultato per lo scudetto.

«Era un grande calciatore e una grande persona, rimarrà sempre nei nostri cuori. Eravamo diventati anche amici se vogliamo, quando veniva in Italia passava sempre a trovarmi. Se era un simbolo dell’interismo? Direi di sì».

Oggi chi può esserlo?

«La squadra. A me piace molto Barella, un ragazzo per bene, forte, ma come si fa a dimenticare a centrocampo Calhanoglu? Pure lui è forte. Ma tutti lo sono».


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