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societa e storia
Altobelli: “Beccalossi era più di un amico. Convinsi Mazzola a prenderlo all’Inter e poi…”
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Intervenuto ai microfoni di Repubblica, Alessandro Spillo Altobelli ha voluto ricordare la scomparsa dell'amico Evaristo Beccalossi.
Avete mai bisticciato?
"Mai, in tanti anni. Siamo sempre stati dalla stessa parte, in campo e nella vita. Siamo stati dalla stessa parte nei momenti belli e nelle difficoltà, perché nella vita ci sono entrambi”.
Partiamo dai momenti belli.
“Lo scudetto del 1979-80. Però ricordo anche il giorno del suo arrivo all’Inter. Io ero arrivato un anno prima alla Pinetina e continuavo a raccontare a Mazzola e Beltrami quanto fosse forte il Becca, non li lasciavo in pace. Li ho convinti, e poi mi hanno ringraziato. Sei anni dopo mi sono speso insieme a Rummenigge per convincere il club a non cederlo, ma non ce la facemmo”.
Che giocatore era Beccalossi?
“Aveva una classe cristallina, che non si insegna, non si impara e non si copia. A Milano ha fatto vedere cose meravigliose. Era ambidestro. Faceva cose che noi non sapevamo fare. In un metro ti saltava tre volte, poi segnava o serviva assist”.
Il più bello che le ha fatto?
“In un 4-0 contro la Juventus. Il nome sul tabellone era il mio, ma il gol era già fatto: io ho solo dovuto spingerla dentro”.
E lei quanti assist gli ha restituito?
“Più di quelli che si pensa. Quando il Becca segnò una doppietta nel derby, misi lo zampino in entrambe le reti. In campo ci capivamo al volo. Anche troppo”.
Perché troppo?
“Perché a volte facevamo di testa nostra, e Bersellini si incazzava. Una volta ricordo che, nella fretta, ci accordammo fra noi perché fossi io a battere una rimessa laterale e lui a occupare l’area. Il mister cominciò a urlarci dietro, ma andò bene: la passai a Beppe Baresi, che fece una sponda, ed Evaristo segnò”.
Fuori dal campo avevate la stessa intesa?
“Ne abbiamo passate tante. Per un periodo abbiamo anche vissuto insieme ad Appiano Gentile. La sera andavamo a dormire, ma all’una di notte lui si alzava perché aveva fame. Prendeva la macchina, andava a Milano in una delle poche pizzerie aperte di notte, mangiava e tornava indietro. Aveva una Bmw celeste inconfondibile, targata Brescia: lo si riconosceva da dieci chilometri di distanza. In trasferta ne abbiamo combinate tante”.
Ne racconti una.
“Dopo una partita di Coppa Italia vinta a Pisa finimmo a cena a Viareggio con Renato Zero. La mattina ci svegliammo a Genova e con calma tornammo a casa. Io la passai liscia, mentre ad attendere il Becca a Brescia c’erano la moglie e i genitori, preoccupatissimi. Lo avevano dato per disperso”.
Negli ultimi tempi riuscivate ancora a vedervi?
“Prima di partire per il Kuwait sono passato a trovarlo. Una decina di giorni fa volevo tornare da lui, ma la moglie mi ha detto che era meglio di no, che non voleva vedere nessuno. Sarebbe stato il primo appuntamento al mio ritorno. Gli avrei portato gli amici di sempre”.
Ci dica la formazione.
“Bini, Baresi e Pasinato. Ci trovavamo a tavola da Totò, il nostro ritrovo, il ristorante di Milano preferito dal Becca. Ora che ci penso, lo chiamavo sempre così: Becca. Col cognome, come a scuola”.
Vi siete fatti qualche promessa?
“Non c’era bisogno di farsi promesse. Sapeva che io ci sarò per sempre, per sua moglie e per sua figlia. Ma non avranno mai bisogno di niente, nemmeno dal punto di vista dell’affetto. A loro ha dato tutto. Era un campione, anche nella vita. Non saprei nemmeno come descrivere quello che era per me”.
Ci provi.
“Lo metto molto sopra gli amici. Sta lì, in un posto speciale, insieme a mio fratello e ai miei figli. E quando ero con lui mi sentivo meglio, da tutti i punti di vista. Mi dava forza, mi completava, e anche i tifosi se ne accorgevano. Ci apprezzavano pure i non interisti. Insieme, il Becca e io, prendevamo gli applausi”.
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