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fcinter1908 ultimora Collina: “Italia? Con Infantino ci siamo fatti una domanda. Var? Io avrei pagato per…”

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Collina: “Italia? Con Infantino ci siamo fatti una domanda. Var? Io avrei pagato per…”

Gianni Pampinella
Gianni Pampinella Redattore 
Intervistato dal Corriere della Sera, il capo degli arbitri Fifa ha parlato del Var e delle polemiche scoppiate in Italia

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Intervistato dal Corriere della Sera, Pierluigi Collina, capo degli arbitri Fifa, ha parlato del Var e delle polemiche arbitrali che sono scoppiate in Italia negli ultimi anni. "Ma il Var non doveva eliminare le polemiche? Non era l’obiettivo. Le discussioni nel calcio sono fisiologiche: cinque persone che guardano la stessa immagine difficilmente arrivano alla stessa conclusione. È nella natura dello sport. Tendiamo a focalizzarci sull’uno o due per cento di errore che resta, dimenticando che oggi la stragrande maggioranza delle decisioni è corretta".

Il tocco di mano è ancora la storia infinita del regolamento. C’è una soluzione?

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«C’è: puniamo ogni tocco, senza eccezioni. Ma ne uscirebbe uno sport snaturato. Al Mondiale 1998 vidi una giocata di Baggio contro il Cile: mirò volontariamente il braccio dell’avversario per ottenere il rigore. La colpa del difensore era di avere un braccio. Se un centimetro fa la differenza, c’è inevitabilmente soggettività. Il calcio è contatto fisico e non può diventare oggettivo come il tennis».

Nel tennis, con l’occhio di falco, il giudice di sedia è diventato un annunciatore o poco più. Non teme la stessa fine per gli arbitri nel calcio?

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«Il tennis vive di decisioni fattuali: in quel perimetro puoi sostituire l’uomo con la macchina e il sistema vedrà in ogni caso meglio. Nel calcio la prospettiva cambia del tutto. È uno sport fatto di contatti, sfumature e interpretazioni. Questa componente valutativa resterà una prerogativa insostituibile dell’arbitro e dei suoi assistenti in campo».

Arriveremo ad ascoltare in diretta le conversazioni con la sala Var?

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«Non è solo una questione di trasparenza, ma di pressione. Se parliamo sapendo che ci ascoltano tutti in live, pensiamo anche alla forma, non solo al contenuto. Quando avremo la qualità per farlo in modo naturale, ci arriveremo. Spero solo che non si finisca a vivisezionare ogni pausa cercando indecisioni dove c’è solo ragionamento».

Lei ha arbitrato senza tecnologia. In quale occasione avrebbe pagato di tasca sua pur di averla?

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«Ogni volta che ho commesso un errore. Chi pensa di avere sempre ragione si limita da solo. È come chiedere a un medico se preferirebbe la risonanza magnetica o la palpazione. La tecnologia ci aiuta a fare meglio il nostro lavoro, poi siamo noi a farlo».

La tecnologia non rischia di creare un calcio a due velocità: sistemi avanzatissimi al vertice, il calcio antico nelle serie minori?

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«Le differenze ci sono, sono oggettive. Ma l’obiettivo della Fifa è scalare verso il basso. Abbiamo sviluppato il Football Video Support per le competizioni con budget limitato: tre telecamere, un sistema di challenge gestito dall’allenatore. Ci sono arrivato pensando a una partita che ha fatto perdere una promozione a un arbitro, dalla C alla B. Un gol segnato con la mano, un errore che l’arbitro non poteva vedere, ma che un’immagine televisiva avrebbe chiarito in un secondo».

Il fuorigioco di un centimetro toglie piacere al gioco? La regola cambierà?

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«Stiamo sperimentando con la federazione canadese una diversa applicazione della norma: non più la parte anteriore del corpo, ma quella posteriore. Ma la questione è filosofica: vogliamo un calcio più favorevole a chi attacca o a chi difende? L’ultimo grande cambiamento nacque dalla necessità di far segnare più gol. Ora si tratta di capire se un centimetro di vantaggio a cinquanta metri dalla porta sia determinante. Ma forse a cinque metri dalla porta lo è».

L’Italia vedrà il Mondiale dal divano per la terza volta. Come lo spiega?

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«Io e il presidente Infantino ci siamo fatti una domanda. È il suo terzo Mondiale da presidente Fifa, il mio terzo da responsabile degli arbitri: non saremo noi a portare sfortuna?».

(Corriere della Sera)