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Quando Donald Trump gli ha chiesto se gli Stati Uniti potessero vincere la Coppa del Mondo, Mauricio Pochettino ha risposto "sì" senza esitazioni. A molti è sembrato azzardato ma il giovane ed ambizioso allenatore argentino della Nazionale a stelle e strisce lo ribadisce proprio quando il mondiale sta per partire.
"Innanzitutto perché ci credo - dice il tecnico in una lunga intervista al Guardian -. E in secondo luogo perché lo chiede il più grande rappresentante del paese. Se fossi io il presidente e l'allenatore non rispondesse con la veemenza che mi aspetto, lo caccerei".
"Non ho mai avuto un sogno americano. Non parlavo inglese, non capivo niente, non ero mai stato negli Stati Uniti: ci sono andato solo a Seattle nel 2014 con il Tottenham e una partita a Washington nel 1999 con l'Argentina. Ho fatto un sogno argentino, poi uno spagnolo, uno inglese. Il sogno americano è l'idea che tutto è possibile e tutti abbiamo dei sogni: non appartiene solo all'America. Nel calcio non si può essere realisti: bisogna creare sogni, credere nell'impossibile. Perché l'impossibile può essere fatto. Nel calcio se non ci credi: ciao! Ma se credi che avrai una possibilità, l'avrai di sicuro".
La pressione alla guida della nazionale di uno dei tre paesi co-organizzatori però c'è: "E' molto difficile dormire la notte - ammette -. Dal giorno in cui abbiamo accettato questa sfida ci siamo assunti quella responsabilità come motivazione, energia. Nessuno vede gli Stati Uniti come un contendente. Ma analizzando altri Mondiali ci siamo detti "Perché no?". Essere paese ospitante può creare sinergie con le persone. Lascia che ci sia la libertà di volare e sognare". Negli Usa sulla nazionale c'è curiosità: "A volte - dice ridendo - indossi la tuta della nazionale americana e la gente ti chiede che sport pratichiamo".
"Rispondo calcio ma non capiscono subito. Poi dico che ci stiamo preparando ai Mondiali e allora ci incoraggiano. Qui il calcio non è come in Argentina, ma la passione negli Stati Uniti è molto più profonda rispetto a prima. La federazione ha fatto un ottimo lavoro unificando MLS, università e college. Vogliono diventare una nazione calcistica. Ho giocatori in Europa, la MLS è in crescita. Messi ha avuto un impatto enorme. E Messi è il campione del mondo. E' un processo ancora in corso".
"Non credo che la resistenza al calcio provenga da altri sport penso che sia più culturale - prosegue Pochettino - Il primo regalo che riceve un argentino è un pallone da calcio; qui è una mazza da baseball, un pallone da basket, una palla ovale. Cambiare le cose richiede tempo. Ma ci sono quasi 400 milioni di persone, 80 milioni di latinoamericani, che hanno già quel DNA calcistico. Il problema è che le persone vogliono risultati adesso". In un paese così vasto e ricco c'è la tendenza a chiedersi perché non si possano trovare 11 giocatori come LeBron James. "Ma il calcio non può essere ridotto a un investimento. Ciò che richiede tempo è quella passione affinché un ragazzo non aspetti fino all'età di 12 anni per toccare una palla con i piedi. Non basta costruire campi. Il calcio non è questo".
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