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Zazzaroni, frecciata a Oaktree: “La quercia non porta frutti. Marotta e Ausilio costretti a…”
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Il direttore del Corriere dello Sport Ivan Zazzaroni, sul sito del quotidiano, ha analizzato il momento dell'Inter sotto la guida della proprietà Oaktree confrontandolo con i tempi nei quali alla presidenza c'era Massimo Moratti.
Quando c’era lui non si parlava di sostenibilità e bilanci virtuosi e le plusvalenze erano un’esclusiva dei direttori finanziari. Quando l’Inter apparteneva a Massimo Moratti respiravamo l’ossigeno dei sogni. Tutti noi, non solo gli interisti: e a fine giugno s’erano già mossi i campioni a decine, la serie A aveva saccheggiato il Brasile, l’Argentina, l’Uruguay e anche la Premier.Quando c’era lui i treni non arrivavano mai in ritardo e a quaranta gradi arrostivano i deserti, non Milano e Roma. Quando c’era lui, Pupi Zanetti era il vice di Rambert e “il mio amico Eric” un trasferimento ipotizzabile: la passione del presidente teneva aperti i cordoni della borsa e la parola fondo aveva tutto un altro significato. Oggi (il) fondo vuol dire gestione: cura esclusivamente l’aspetto finanziario, trascurando quello sportivo.
Ho una profonda nostalgia delle generosità morattiche che ci rendevano grandi e sognatori, alimentavano titoli di giornale e trasmissioni di calciomercato. Oggi Bonan è costretto a scrivere canzoni e perfino a cantarle per riempire i vuoti ed è tutto un here we go… but not for ourselves. Gli americani ci comprano, oggi, perché costiamo molto poco, ma - salvo rare eccezioni - non hanno intenzione di investire sul tecnico. Oggi anche le querce non danno più frutti e i Marotta e gli Ausilio devono arrangiarsi come possono. Quando c’era lui, invece, c’era anche Silvio che spendeva tanto e vinceva sia in Italia sia in Europa: inseguiva titoli, primati mondiali e consensi personali. E c’erano gli Agnelli veri e i Sensi e altri nostri ricchi, alcune scemi, d’accordo, tuttavia amanti insaziabili del pallone e disposti addirittura a farsi rompere le corna. Quando c’era lui i procuratori curavano gli interessi degli assistiti, si preoccupavano del destino loro e delle famiglie, li seguivano con scrupolo per non perderli. Non come in questo periodo dominato dagli intermediari la cui unica preoccupazione è la realizzazione dell’affare con annesse commissioni. E in cui sono le famiglie dei giocatori ad aver preso il posto dei procuratori.
Quando c’era lui Roberto Baggio doveva andare a Bologna o Brescia perché Juve, Inter e Milan allineavano fuoriclasse in grado di renderlo fenomeno accessorio (un’assurdità). Oggi Roberto giocherebbe ovunque anche senza le ginocchia. Quando c’era lui il campione non prendeva direzioni imprevedibili, Nico Paz finiva all’Inter e non al Como. E dopo di lui, di Moratti, l’indonesiano giusto acquistava l’Inter e non si stabiliva sul lago. Quando c’era lui la Federcalcio contava molto di più, i club la rispettavano, spesso subendola, e con la Nazionale non rimediavamo sempre figure di merda. Oggi i club si mettono di traverso quando c’è da scegliere il ct perché sono particolarmente interessati alle sorti delle nazionali belga, francese, spagnola, argentina, brasiliana, svedese, danese, uzbeka, kosovara, svizzera, turca. Quando c’era lui eravamo tutti più ricchi. Di sogni. Ma non in ordine con i conti. E ci risparmiavano frasi di questo tipo: «Dobbiamo prima vendere per comprare». Ma qui nessuno compra più. Cos’è l’estate se non l’inseguimento di un sogno di grandezza?
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