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Se potesse rigiocare una partita, una sola, quale vorrebbe?
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Se potesse rigiocare una partita, una sola, quale vorrebbe?
«Stavo rispondendo a messaggi di auguri in una chat che si chiama “Notti Magiche”. Vorrei rigiocare solo la semifinale di Italia ‘90 con l’Argentina, ma a Roma, e non perché i napoletani non tifarono: quello è un falso storico. Nella capitale, però, c’era qualcosa di magico, lo sentivi nell’aria».
Ha perso per strada compagni e maestri: chi vorrebbe incontrare ancora? E per dirgli cosa?
«Se ne sono andati in tanti, Pablito, Luca Vialli, Gigi Simoni, Andy Brehme, Castagner e tanti altri: mi mancano tutti. Ma vorrei riparlare una volta ancora con Enzo Bearzot, il mio secondo papà, visto che ho perso il primo a 16 anni. Gli direi che porto nel cuore la sobrietà che mi ha insegnato e provo a diffonderla. Una volta alzai due braccia dopo un gol all’Ascoli e mi disse: “Hai esagerato, rispetta chi è retrocesso”».
Chi sono i fratelli che le ha lasciato il calcio?
«Quelli della mia prima Inter: Altobelli, Muraro, Beppe Baresi, Marini che ha inventato il nome “zio”. E ovviamente gli altri con cui avrei vinto dopo: Zenga, Ferri, Berti. Nicola mi ha chiamato subito: “Io allo zio gli auguri devo farli a voce...”».
Ma le piace se uno sconosciuto la chiama “zio”?
«Mi ci sento, sono “lo zio” anche per chi non mi conosce. Mi piaceva da ragazzo, figurarsi a 62 anni...».