Paolo Maldini dice tutto. Intervistato dal Corriere della Sera, l'ormai ex direttore tecnico della Nazionale ha rivelato il perché delle dimissioni e non solo

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IL CT E LE DIMISSIONI

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Però, mi scusi, come ha fatto ad accettare senza che ci fosse l’accordo con Malagò sul nome del ct? «Infatti per prima cosa ho chiesto: il ct chi lo sceglie? Malagò mi ha risposto: l’allenatore lo decidete voi, e io lo avallo. Questo era l’accordo. Poi gli eventi hanno fatto sì che questa cosa cambiasse». Con Pirlo? «La nostra idea era legata alla tecnica. Al gioco offensivo. A un cambiamento. In Italia siamo rimasti indietro su tante cose. Volevamo che la formazione dei ragazzi fosse basata non sull’esasperazione tattica ma sulla tecnica, l’uno contro uno, la mentalità offensiva. E volevamo un allenatore giovane, che avesse avuto una storia in Nazionale. I nomi erano tre».

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Chi, oltre a Pirlo? «Daniele De Rossi e Fabio Grosso. Tre campioni del mondo. Ma il presidente ci ha detto che in base agli accordi che l’hanno portato all’elezione, con l’appoggio di tutti i club tranne la Lazio, non potevamo toccare gli allenatori delle squadre di serie A. Quindi De Rossi e Grosso erano esclusi». La Lega non vi aveva promesso aiuto? «Ma io capisco. A fine luglio le squadre sono già in ritiro, è difficile cambiare in corsa. Malagò ci ha detto: questo non si può fare. E noi siamo andati avanti con Pirlo». Non c’erano proprio altri candidati? «Una telefonata al migliore allenatore italiano di sempre, al mio fraterno amico Carlo Ancelotti, l’abbiamo fatta. Ci ha risposto che il Brasile gli ha ribadito la completa fiducia, ci ha salutati dicendoci in bocca al lupo. Una telefonata doverosa». E con Pep Guardiola com’è andata davvero? «È l’allenatore che più incarna il gioco tecnico e offensivo. Attraverso qualche amico aveva manifestato l’idea di allenare una Nazionale. Siamo andati a trovarlo a Barcellona, abbiamo pranzato insieme, abbiamo parlato per un’intera giornata. Era molto tentato. È andato molto vicino ad accettare. Si era messo anche a scrivere formazioni sui fogli…».

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È vero che ha chiesto venti milioni di euro?«Assolutamente no. I soldi non sono mai stati un tema. Pep ci ha detto chiaramente: datemi un euro in meno di quello che prendeva l’ultimo ct, e io sono a posto». Allora perché ha rifiutato? «Per stanchezza. Guardiola viene da dieci anni massacranti in Premier. Si è operato alla schiena. Vuole riposarsi. Ma è stata una discussione molto seria, abbiamo studiato le rose, dagli under 17 in su… Così siamo andati su Andrea. Malagò sapeva tutto, l’abbiamo informato passo dopo passo».

Ma Pirlo non è un vincente.«Questa è una considerazione personale. Noi volevamo un allenatore giovane, che sposasse il progetto e avesse una carriera di alto livello. Tecnicamente quando parlo con Pirlo lo trovo preparatissimo. Accompagnato e sostenuto da un direttore tecnico e da un advisor, sarebbe stato l’allenatore ideale».

Non è una considerazione personale. Pirlo ha preso una Juve reduce da nove scudetti consecutivi, e l’ha portata al quarto posto. E anche altrove non ha fatto bene.«Che curriculum avevano gli ultimi due allenatori che hanno vinto il Mondiale, Scaloni e de la Fuente? Se si vede tutto legato all’allenatore che sta in panchina, si guarda all’oggi, mai al domani. E noi veniamo da tre mancate qualificazioni».

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Quanto ha contato il legame di Pirlo con la società russa di scommesse? «Questa cosa ha sicuramente contato. Noi non la sapevamo. L’opinione pubblica ha fatto il suo lavoro. Ma non c’era nulla sul piano giuridico che avrebbe potuto impedire ad Andrea di fare l’allenatore della Nazionale». È stato un pretesto? «Direi di sì. Di sicuro lo si è cavalcato in modo assolutamente esagerato. Pirlo era disposto a chiudere i rapporti con la Bet company russa.
È una persona correttissima, non meritava questo clamore. Hanno tirato fuori il codice etico, il decreto dignità. Ma se ci fosse stata la reale volontà di farlo firmare come ct, non ci sarebbero stati ostacoli legali».

È vero che avete proposto Thiago Motta? «No. I nomi erano quelli».

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