Paolo Maldini dice tutto. Intervistato dal Corriere della Sera, l'ormai ex direttore tecnico della Nazionale ha rivelato il perché delle dimissioni e non solo
VIDEO FCIN1908 / Malagò: "Ecco qual è la priorità. Il calcio italiano non può..."
IL RUOLO DI DT
VIDEO / Bergomi e quell'aneddoto su Maldini: "Mi entrò sulla mano e poi..."
Anche in questi giorni lo si è detto: Maldini è bravo, per carità, 902 presenze con il Milan, sette scudetti, cinque Champions, 126 presenze in Nazionale di cui 74 da capitano. Però ha un carattere impossibile.«Non lo so. Sono gli altri a giudicarmi; e non si può piacere a tutti. Io tengo a fare le cose per bene. E tengo a dire le cose chiaramente. Le persone che hanno lavorato con me, i miei compagni di squadra, i colleghi di cinque anni al Milan da dirigente, mi conoscono bene. Se un uomo che cerca di far valere il proprio ruolo e di difendere le proprie mansioni è intransigente, io sono intransigente. Se una persona che si prende le proprie responsabilità, che cerca di vincere e di accettare le sconfitte è intransigente, allora io sono intransigente. Però ho una fortuna, che mi viene dai miei 25 anni di carriera».
Quale?
«Non sono attaccato alla poltrona. Mi sento molto libero nelle mie scelte. Grazie a Dio non ho necessità economiche. Quello che mi porta ad accettare i ruoli è la possibilità di eseguirli, di dare il mio contributo. Mi dispiace che questa cosa sia vista come arroganza o intransigenza. Ma se vengo indicato come responsabile, mi sento in dovere di esserlo».
Lei finora ha taciuto. Ci racconta come è andata davvero la sua breve esperienza da direttore tecnico della Nazionale?
«Malagò mi ha chiamato a Pasqua, dicendo: c’è la possibilità che io diventi presidente della Figc; tu sei la persona che vorrei avere con me. Io gli ho dato la mia disponibilità. Nel calcio per me esistono solo due cose: il Milan e la Nazionale. Poi non l’ho più sentito. Il giorno prima delle elezioni, Malagò richiama: domani si vota, ci sono buone possibilità, ti vorrei a bordo.
Rispondo: parliamone».
E avete parlato.«Mi ha chiesto di diventare presidente del Club Italia. Non si trattava solo di rilanciare la Nazionale. C’era da rifondare il calcio italiano».
C’era bisogno pure di Leonardo?
«Condivido con lui amicizia, valori, principi.
Leo ha una grande capacità organizzativa, oltre che una grande intesa con me. Così siamo partiti. E abbiamo pensato a un nuovo ruolo: la direzione tecnica. La direzione tecnica non è mai stata nell’organigramma della Nazionale: l’allenatore faceva riferimento direttamente al presidente. Però non era giusto: l’allenatore ha bisogno di confrontarsi».
E poi cos’è successo?
«Poi i patti sono stati rivisti; di conseguenza l’unica cosa da fare era dimettersi. Anzi, rinunciare a firmare il contratto di quattro anni che doveva partire dal primo agosto».
© RIPRODUZIONE RISERVATA