Intervistato da La Gazzetta dello Sport, l'ex portiere Emiliano Viviano ha parlato del suo passato e anche del periodo all'Inter:

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Viviano: “Inter, che rimpianto: una cazzata fatta di pancia. Allenare? Sì, ma poi vedo Chivu…”
Di sicuro non aveva come priorità una comunicazione conforme?
«Infatti ho avuto un feeling umano splendido con allenatori ai quali non serviva nemmeno dirle, le cose: Cosmi, Zenga, Mihajlovic. Io e Sinisa abbiamo anche litigato di brutto, ma durava trenta secondi, per lui avrei fatto qualsiasi cosa».
E con gli arbitri?
«Con i più duri, benissimo. Per un “Fai schifo” in B ho preso un rosso diretto, con Pairetto ho esagerato da bestia e lui ha fatto finta di niente. Ad alcuni facevo pure la supercazzola di “Amici miei”...».
A Brescia si è allenato con Baggio.
«Per me, fiorentino classe 1985, lui era religione. Beh, al mio primo allenamento da aggregato della Primavera si siede nel nostro spogliatoio per presentarsi e ci chiede: come va? Amici del mio quartiere mi dicevano: “Se lo vedi, saluta Baggio”. Frase fatta, pensavo: invece era tutta gente con cui Robi era andato a caccia».
E Guardiola?
«Avevo 17 anni e a fine allenamento mi chiese: “Ti va se ti tiro un po’ in porta?”. Intelligenza e sensibilità infinite: se tu oggi gli dici - che so - che tua figlia si è rotta una caviglia e lo incontri fra due anni, ti chiederà come sta tua figlia».
Arsenal, Sporting e Inter, ma senza giocare un minuto: il destino le ha rubato qualcosa?
«All’Arsenal c’era Wenger: mi aspettavo un rivoluzionario, come proposta era un tecnico normale, ma non giocai perché Szczesny fece un’annata pazzesca e c’era anche Fabianski. Allo Sporting fu una questione politica: mi scelse il presidente Bruno de Carvalho, chi arrivò al suo posto mi fece la guerra. Ogni allenatore che arrivava mi chiedeva: “Perché non giochi?”. “E che ne so?”. Me lo spiegò il quarto, Keizer: “C’è l’ordine di non convocarti”».
E l’Inter?
«Il mio unico vero rimpianto. Julio Cesar era al suo ultimo anno, ma feci di tutto per andarmene, contro il volere del club: non gli credevo. Una delle cazzate fatte di pancia di cui sopra».
Se ne riparlò sette anni dopo.
«Handanovic infortunato: feci le visite mediche e anche un allenamento, poi rimasi chiuso in un hotel ad aspettare a vuoto. Qualcuno disse volontà di Handanovic, altri di Conte: boh. Mi chiamò Piero Ausilio: “Vivio, non si fa”. E amen».
La cosa più folle fatta da calciatore?
«Io, Di Vaio e Portanova all’Unipol di Bologna per capire come far quadrare i conti e salvare il club. Poi a Parma - trasferta in giornata perché non ci sono soldi - Malesani ci fa: “Giochiamo questa e ci salutiamo: siamo falliti”. Invece nel riscaldamento vedo i nostri tifosi esultare: “Salvi, salvi”. Erano usciti i soldi».
Questa non è una follia...
«Ok. Non sono convocato per Everton-Arsenal e faccio serata. Solo alle due leggo un sms: “Fabianski è stato male: alle sei e mezzo ti viene a prendere un’auto”. Avevo bevuto più o meno mezza bottiglia di vodka, il mio amico proprietario del locale mi guarda: “E ora?”. “Ora portami altra vodka”. A casa all’alba, doccia, arrivo a Liverpool e Santi Cazorla mi dice: “Puzzi d’alcol che fai schifo”. In panchina ebbi quasi un attacco di panico: non ci vedevo. E mi ripetevo “Se devo entrare, ho chiuso la carriera”».
E un rimorso?
«L’espulsione a Pechino, Olimpiade 2008. Mirallas con una pallonata mi ha preso in un occhio e ho sbroccato, alla faccia dello spirito olimpico: non feci una bella figura».
Ha mai pensato di fare l’allenatore?
«Sì: mi appassiona la proposta, però poi vedo Chivu che in sei mesi è invecchiato vent’anni, mio fratello De Zerbi che sta 15 ore al giorno con la testa lì dentro: quel lavoro non si può fare a metà e a fine carriera certe cose non le sopportavo più. Però ho 40 anni: in futuro, chissà...».
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