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Prof. Zeppilli: “Khalaili? Sistema Italia più severo, all’estero decide il calciatore. Qua…”
L'Inter attende ulteriori accertamenti sulle visite mediche per l'idoneità ad Anan Khalaili. La Gazzetta dello Sport ha chiesto spiegazioni al Professor Paolo Zeppilli:
"Il caso Khalaili spinge a un approfondimento sulle idoneità agli atleti professionisti in Italia, che rispetto a moltissimi altri Paesi ha i parametri più stringenti a tutela della salute degli sportivi. La procedura è questa: ogni società di Serie A deve sottoporre i suoi giocatori (o potenziali tali) a visite in un Centro di Medicina dello Sport, pubblico o privato accreditato, di sua fiducia. Nel caso emergessero situazioni sospette si può chiedere un parere specifico a consulenti di livello superiore. Al termine di questo percorso il calciatore è idoneo o non idoneo. E tutto questo, cosa che rende il nostro sistema particolare, è stabilito da leggi e decreti dello Stato", spiega La Gazzetta dello Sport.
Paolo Zeppilli, già Professore Ordinario di Medicina dello Sport, ora cardiologo dello Sport e medico della Figc: «Un club di A è tenuto a rispettare le leggi italiane che esistono da 1982. Allora il Ministero della Sanità iniziò a prevedere la visita medico sportiva agonistica per fare attività a un certo livello. Nel 1995 c’è stato poi un decreto riservato agli atleti degli sport professionistici che aggiungeva esami a quelli per l’idoneità agonistica, in particolare la prova da sforzo massimale ed ecocardiogramma». Massima sicurezza per legge dunque, ma altrove... «In Inghilterra hanno iniziato a fare in modo sistematico le visite mediche, ma l’ultima parola è del giocatore che si assume la responsabilità delle sue condizioni. Negli Usa non ci pensano nemmeno a visitare i giocatori, che decidono se smettere o continuare a proprio rischio e pericolo. In Spagna c’è una certa attenzione dopo casi complessi come Puerta del Siviglia: nessuno lo aveva mai visitato. Anche in Francia sono prudenti, ma non hanno una legge, decide il giocatore».
In Italia no, servono referti medici che escludano ogni rischio. Zeppilli lo spiega così: «Il nostro sistema ha 44 anni, può avere i suoi difetti, ma mette al primo posto l’atleta. Possono dire che siamo paternalistici, però certe attenzioni vogliono proteggere calciatori e società, nessuno è contento di mandare in campo un giocatore che non sta bene. Si può discutere sulla severità del protocollo, ma la nostra è una scelta di vita, etica. Se ho un atleta che rischia la morte sul campo lo fermo, ma anche all’estero dovrebbero essere più severi. È facile dire “puoi giocare” quando non ti prendi la responsabilità».
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