Il campo ha stabilito una volta per tutte che la contrapposizione molto mediatica tra giochisti e risultatisti è una cazzata abnorme perché tutti gli allenatori sono fondamentalmente dei risultatisti: l’obiettivo finale è sempre vincere. La differenza risiede nella metodologia: i primi credono che un bel gioco aumenti le probabilità di successo, i secondi si concentrano sulla solidità difensiva e sulla gestione dei momenti della partita.
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Zazzaroni: “Giochisti vs risultatisti? Cazzata abnorme. Ma alcuni ex calciatori ora guru…”
Sono da sempre convinto che la strategia dipenda dalla qualità dei giocatori: l’allenatore con una rosa omogenea e tecnicamente dotata privilegerà la proposta, quello con risorse limitate si coprirà di più. Il calcio sta evolvendo verso un approccio ibrido dove l’intensità e la capacità di adattamento prevalgono sulle ideologie. I tempi attuali non sono solo mediatici e virtuali, ma anche subdoli perché fanno dell’estremizzazione del dubbio una filosofia, dell’opinione personale una divinità, dell’egocentrismo un totem.
C’è chi allena per mettere in pratica le proprie idee e soddisfare il proprio ego (gli “ego coach”, Guardiola, Luis Enrique, Xabi Alonso) e chi invece cerca di far rendere al massimo il gruppo a disposizione (Mourinho, Allegri, Ancelotti, Gasperini, Emery). Alcuni allenatori ritenuti supervincenti sono in realtà dei perdenti seriali. Non fatemi fare i nomi: arrivateci da soli.
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