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Bonny: “Ero della Juve, saltò alle visite. La ferita, i 30 punti, la ‘minaccia’ di mamma. E odio…”
In un'intervista a L'Equipe, l'attaccante dell'Inter Ange-Yoan Bonny ha parlato della sua storia: «Sono molto legato a Tours (dove sono cresciuto dopo essere nato nella regione parigina). Nei centri di formazione ci sono tanti parigini e, per loro, le città di provincia sono campagna. Ci dicevano: “A Tours siete dei contadini”. Il posto dove ci ritrovavamo più spesso? Un parcheggio. Non ha niente di glamour, ma è nel cuore del quartiere. Non avevamo né macchina né patente, però ci incontravamo lì, seduti sulle nostre sedie pieghevoli, a raccontarci la vita», ha raccontato.
«La serata che vorrei rivivere, paradossalmente, è la più triste. Avevo 17 anni e stavo per lasciare Châteauroux per la Juve. Durante le visite mediche i dottori hanno scoperto un problema: secondo loro non andava bene… In sostanza mi hanno detto che giocare a calcio sarebbe stato complicato. Passi dal trasferirti alla Juventus a ritrovarti con niente: è un duro colpo per un ragazzo pieno di sogni. Tornato a casa, sono andato direttamente al parcheggio. I miei amici stavano male quanto me, come se fosse successo a loro. Ho capito su chi potevo contare. Non lo dimenticherò mai. Ecco perché gli amici sono importanti… e anche i parcheggi! Quando ho firmato per l’Inter (lo scorso luglio), è lì che l’ho annunciato a tutti.»
«Mia madre è il mio eroe, ma anche una grande amica, la migliore. Le racconto tutto. È arrivata dalla Costa d’Avorio in Francia a 26 anni e mi ha avuto a 27. Non conosco mio padre, non l’ho mai visto. Puoi immaginare, costruirti delle storie, ma non è così doloroso: non senti la mancanza di ciò che non hai mai conosciuto. Mia mamma ha fatto da mamma e da papà e poi ho incontrato Franck, che chiamo “zio”: ex giocatore di pallamano, appassionato di tutti gli sport. È stato lui a prendermi sotto la sua ala per il calcio. Dai 9 anni fino alla mia partenza per l’Italia (agosto 2021) non ha saltato una partita. È un pilastro nella mia vita», ha aggiunto.
«A casa nostra c’è sempre gente. Mia madre è accogliente con tutti, parenti o no. Invita vicini, persone appena conosciute… Alcuni amici non siamo mai andati a trovarli, ma loro sono venuti da noi centinaia di volte. La nostra casa è piena di gioia e risate. Ha un food truck e ama cucinare», ha aggiunto sulla sua famiglia.
«In Italia sono Angelo, più raro che mi chiamino Yoan. Pecchia non riusciva a dirlo e quindi mi chiamava per cognome. Un giorno ho giocato davvero bene, mi ha urlato 'Angelo', mi è rimasto quel nome lì. In Francia mi chiamano Bonny, forse suona meglio. Solo mia madre, la mia ragazza e il mio agente mi chiamano Yoan. “Yo-Yo” è solo per mamma», ha detto ancora. «A scuola ero un buon studente, avevo buoni voti, ma facevo casino e sono finita anche dal preside per aver difeso un amico. Abbiamo dovuto pulire tutta la mensa e rimettere a posto le sedie. Mia madre mi disse che se non avessi preso il diploma non avremmo mai firmato il contratto da calciatore. Poi mi sono diplomato. Mi sarebbe piaciuto fare l'avvocat o il giornalista sportivo, ma poi vedevo i voti. Una volta al centro di formazione stavamo guardando la Champions. Con alcuni compagni abbiamo fatto una sfida di velocità: toccare il muro per primi. Io mi tuffo per arrivare prima… ma era una finestra. Il braccio è passato attraverso. Sono scappati tutti, c'era solo un mio amico con me. Il braccio si era aperto e la pelle pendeva da entrambi i lati. Si vedevano le ossa. Arriva l’ambulanza, mi operano. Se il taglio fosse stato due o tre centimetri più in basso, non avrei più potuto muovere pollice e indice. Mi hanno messo più di trenta punti. Alle due di notte arriva il direttore del centro. Pensavo: “Sono finito, mi caccia”. Invece è rimasto tutta la notte accanto a me, parlando di tutto tranne della finestra. Mi ha solo detto: “Avete fatto gli stupidi”.», ha raccontato anche l'attaccante.
Sulla sua esultanza ha aggiunto: «Uso un occhio per esultare. Con i miei amici avevamo visto un video: uno che giocava a bocce si copre un occhio e dice “guarda, con un occhio, Teddy!” e segna. È diventata una battuta tra noi. Quando ho segnato un rigore contro il Napoli, ho esultato così: una mano sull’occhio e il dito puntato. Era per i miei amici. Alcuni pensano sia un gesto da pirata… mi va bene anche quello».
«Mia madre mi ha fatto iscrivere a judo per calmarmi… ma tornavo ancora più agitato. Poi ho scoperto il calcio: amore a prima vista. Mi chiamavano “la freccia” perché correvo velocissimo. Il mio primo kit? Quello dell’Inter, perché c’era Samuel Eto’o. Accetto che gli altri possano essere più forti, ma odio perdere. Da piccolo, se la partita non andava come volevo, prendevo il pallone e me ne andavo. Questa etichetta me la porto ancora dietro», ha detto ancora di sé nell'intervista.
Ed è tornato anche sulla storia che lo lega a Ornella Vanoni: «Le mie canzoni preferite sono Everything In Its Right Place dei Radiohead: il titolo mi parla. Dopo la promozione in Serie A con il Parma è diventata una routine prima delle partite. Poi L’Appuntamento di Ornella Vanoni: l’ho scoperta guardando Ocean’s 12. All’inizio non volevo cercarla, poi l’ho risentita in macchina… ed è stato un colpo di fulmine. Ne ho parlato in un’intervista e lei, una leggenda della musica italiana, mi ha risposto con grande gentilezza, dicendo che sarebbe venuta a vedermi allo stadio. Avevamo anche pensato di incontrarci… ma purtroppo è morta prima».
(Fonte: L'Equipe)
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