La strategia che ho utilizzato? Innanzitutto l'ho difeso. Per me la cosa più importante era quella per tutto quello che vedevo e sentivo dopo la partita. Io mi prendo mezz'ora prima delle interviste in cui pulisco le mie idee e capisco cosa voglio trasmettere: quella lì era una serata particolare per quello che avevo detto il giorno prima e l'accaduto. Era capitata la peggior situazione che un allenatore può affrontare soprattutto dopo le mie parole del giorno prima. Ho dovuto scegliere: non perché lui aveva bisogno di essere difeso, ma perché quello che si era generato andava in una direzione che non mi stava bene. Attaccavano un giocatore: erano partiti da una simulazione e sono arrivati a tirare fuori l'esultanza. Lui non aveva colpe per la simulazione, è colpa di un protocollo VAR che non poteva intervenire: poi io continuo a dire che Kalulu la mano la allunga verso di lui.
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Il tocco è leggerissimo, ma dovevo dire quello che vedevo. A me non piaceva che tanti ex giocatori non riuscivano a mettere in mezzo le emozioni di una partita, di un Inter-Juve, l'atto emotivo portato a livelli altissimi. E ogni dettaglio fa la differenza. Io ero arrabbiato perché il mio giocatore era messo in piazza per tirargli i sassi, cosa che è successa anche dopo e continua ancora. Ale è un ragazzo intelligente, forse tra i più intelligenti che ho incontrato nel calcio: ha un'intelligenza a parte che rispecchia la sua persona e l'uomo. Ma il campo è un'altra cosa, aveva capito l'importanza della partita: poi ha dovuto subire una gogna mediatica senza precedenti. Lo devo dire, non ho mai visto una cosa del genere. Non è stato semplice da gestire, quello che ho scelto io è di schierarmi dalla parte del giocatore, della mia squadra, di quello che rappresento, avevo capito che certi valori che voglio trasmettere in questo mondo è meglio che li lascio perdere e inizio a pensare a quello che voglio dai miei e pensare ai nostri obiettivi.

Ad un certo punto devi accettare che è un mondo speciale e che ti devi adattare altrimenti ti mangiano i lupi. Non volevo perdere la credibilità e la stima dei miei giocatori, alla fine quello che conta sono loro, che mi guardano, mi ascoltano e cercano di darmi quello che chiedo. Il messaggio ricevuto da Ale Bastoni la mattina dopo vale più di ogni cosa nel mondo, non lo posso raccontare ma ho cercato di confortarlo, di dargli fiducia e quello che conta è la stima dei compagni. Nascondere determinate cose non è semplice, noi come staff avevamo capito che era un momento non facile, un episodio negativo non viene mai da solo, arriva una valanga di cose che succedono, ha avuto anche l'infortunio nel derby, poi è andato in Nazionale e anche lì è successo quello che è successo.

Quello che conta è che ci ha messo la faccia, è più facile scappare e mettersi da parte, dire "non sto bene", aspettare il tempo che passa per rimettersi in gioco e invece lui no. Sono convinto e lo so per certo che tutta la squadra ha apprezzato quello che lui ha dato nonostante il periodo. Veramente è andato in Nazionale con le stampelle, con noi non riusciva a poggiare il piede per terra. La faccia ce l'ha messa, si è messo a disposizione del gruppo, poi c'è la scelta di un allenatore che decide che lui deve giocare. La cosa bella è che hanno sempre saputo trovare la parola giusta, il gesto giusto nei confronti di un ragazzo in difficoltà, Ale ha sentito l'affetto e la riconoscenza e l'amore dei suoi compagni.
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