Se era un gruppo finito e se ho preparato un discorso per il primo giorno? Ogni volta che ho preparato qualcosa è finita male perché mi sono dimenticato qualcosa o mi sono perso dei passaggi... Io vado a sensazione, se ho un'idea di quello che voglio trasmettere, inizio ad evolverla senza parlare troppo perché so quando l'allenatore racconta cose che si perdono. Io non ho mai avuto la sensazione che questo gruppo fosse finito, ho sempre apprezzato il percorso dell'anno scorso e il coraggio avuto di provare a essere competitivi e cercare di vincere tutto. Poi a volte ci riesci e a volte meno: io ho sempre detto che non diventi un'ossessione perché creano aspettative e poi delusioni.
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Nell'Inter non esistono regole ma standard: e devono essere sempre alti. L'idea era quella di togliere l'io e pensare più a noi: bisogna rinunciare all'egoismo e pensare più al gruppo. Non è stato semplice perché ti trovi ad una settimana dopo una grande delusione: perdere una finale così, arrivare e trasmettere qualcosa è dura perché le parole le porta via il vento. Io ho spesso detto di cercare di dare tutto per trasmettere qualcosa: che avrei sempre detto la verità. Avevo bisogno di giocatori che volevano essere allenati e allenabili, che si mettessero a disposizione senza perdere di vista quanto fatto di buono.

Ora è una generazione differente: a me il settore giovanile è servito per capire che quello che funzionava con noi, i vari discorsi motivazionali, oggi non funzionano più: bisogna adattarsi a loro e al mondo, bisogna avere sensibilità per capire come approcciarti al gruppo e a livello individuale. Ho imparato prima a parlare a livello calcistico: ho fatto tutto da solo, ci ho messo sei anni... Io non mi accontento mai, sono aperto a tutto: l'orizzonte è largo, ho tante cose da imparare. Io ho imparato di uscire dalla comfort zone, non accetto e non credo mai che una cosa è quella giusta e si deve fare: mi sono sempre messo alla prova andando a volte contro i miei pensieri e situazioni che potevano creare problemi se non avessi rispettato certi codici.

Ho fatto a modo mio con coraggio, ci vuole qualcosa di nuovo che toglie la routine e dà stimoli: e le scelte su giorni liberi prima delle partite e non fare i ritiri sono state prese in base alla pancia. Anch'io volevo uscire dalle solite cose e dai luoghi comuni: poi quando vinci è tutto più semplice perché le tue scelte ti danno ragione. Non sono state semplici: quando ho tolto il ritiro pre-gara in casa ho visto un po' di diffidenza da alcuni giocatori. Invece qualche mese dopo ho chiesto se preferissero venire in ritiro e mi hanno risposto che preferivano stare a casa. All'inizio c'erano dubbi, poi è diventata un'abitudine e vuol dire che sei entrato bene e bisogna evolversi.

Da allenatore cerchi sempre di portare la squadra al completo con tutte le soluzioni e la preparazione alla partita: a volte togliendo la rifinitura, un allenamento o far saltare un ritiro in cui tutti pensano che si fa gruppo e la testa inizia a visualizzare la partita... La generazione è cambiata, hanno una capacità di adattarsi alla partita in dieci minuti in spogliatoio: a me ha stupito ma l'avevo scoperto nel settore giovanile. All'inizio mi sono anche arrabbiato, sentivo musica alta e vedevo gente ancora col telefono in mano in spogliatoio: invece ho capito che hanno questa capacità di switch in cinque minuti. A me ha spaventato, ma mi ha fatto capire che bisogna adattarsi a loro. Funziona così.

Se mi sono riposato durante la stagione? No, però è stato bello: per me dormire 5-6 ore basta, almeno credevo. Il problema è quando entri a giocare ogni tre giorni: è dura perché finisce una partita ma non hai tempo di pensare a niente perché dopo 72 ore ne hai un'altra. Una sera mi sono addormentato a vedere una partita e mia figlia è entrata in camera bussando alla porta: mi sono spaventato perché pensavo di essere in un albergo con la squadra e che ero in ritardo a una riunione o a un pranzo. Non è semplice ma è bello: ti tiene vivo, nel bene e nel male è sempre la prossima quella che conta.
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