Il messaggio più bello che ha ricevuto?
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Lautaro: “Finirò la carriera all’Inter se non mi cacciano! Ma dopo gli USA ho pensato di mollare”
"Da mia nonna, che non sta bene: mi ha fatto emozionare. Quando ero piccolo, puliva la scuola dove studiavo e io l’aiutavo per farla finire in fretta. Si chiama Olga ed è qui, sul mio braccio (mostra il tatuaggio, nda). Mi spiace che ora siamo distanti. Il doblete è dedicato a lei".
Lautaro non è cresciuto in una famiglia benestante. Com’è stata l’infanzia in Argentina?
"Spiego. Mio padre era calciatore. Quando è diventato professionista, raggiungendo la serie B, ha lasciato il lavoro di meccanico aereo alla base navale di Bahia Blanca. E siccome la sua squadra di calcio è retrocessa, i soldi non erano tanti per mantenere una famiglia. Si è reinventato infermiere per le persone anziane, mentre mia madre ha cominciato a guadagnare qualche spicciolo come colf. Ma eravamo tre fratelli e il denaro a casa non bastava mai".
Mancava il cibo?
"Non proprio. Con i miei fratelli facevamo un gioco su chi mangiava di più. Ma ricordo la sensazione di fame aspettando la cena. E poi non potevamo pagare un affitto. E così per quasi tre anni abbiamo vissuto a casa di un amico: pagavamo solo 100 pesos ogni tanto (al cambio di oggi 6 centesimi di euro, ndr) per l’elettricità".
Cosa le resta di quel periodo?
"Se ci ripenso, sorrido. Ero felice. Felice così. Mi piacerebbe riprovare certe sensazioni, che mi hanno formato come uomo. Ho imparato grazie ai miei genitori l’umiltà e il rispetto che ora sto trasmettendo ai miei figli".

Il pallone quando compare nella vita di Lautaro?
"Da sempre, grazie a mio padre. Andavo ai suoi allenamenti. E nel giorno della partita, mi nascondevo nello spogliatoio per ascoltare i discorsi del capitano. Che era lui, papà".
Quando ha capito di essere così bravo da poter vivere di calcio?
"Non saprei dirlo. A 13 anni giocavo anche a basket, perché a Bahia Blanca è uno sport popolare: mio fratello Jano fa il playmaker in Serie A nel Ferro Carril. A 15 anni però sono andato al Racing e mio padre mi chiese di scegliere. Ma non c’era granché da decidere, ero più adatto al calcio".
Avellaneda, cioè Buenos Aires, non è proprio dietro l’angolo.
"Infatti non è stato semplice trasferirmi a 600 chilometri da casa. Ho percepito la malinconia. È dura quando sei un ragazzino e non hai nessuna persona cara accanto. Per di più, il mio fratello più grande, Alan, ha avuto qualche problema di salute e io non ero sereno. Per fortuna fu mio padre a darmi la forza: ci teneva che io realizzassi il mio sogno e anche il suo, cioè sfondare nel calcio. Sarebbe stato anche disposto a seguirmi a Buenos Aires, ma io gli dissi che ce l’avrei fatta da solo. In effetti ho resistito".
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