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Inter, un derby si può perdere ma non senza crederci. C’è una parola da tenere bene in mente

Inter, un derby si può perdere ma non senza crederci. C’è una parola da tenere bene in mente - immagine 1
Appunti dopo la sconfitta del derby: il cuore fa sempre la differenza, cosa da tenere a mente in futuro
Sabine Bertagna Vice direttore 

Come al solito è il cuore che dice alle gambe di correre. Anche quando le energie girano a rilento e la stanchezza, subdola, fa capolino. Era prevedibile che l'interpretazione della gara di Manchester City avrebbe riscosso un tributo. Quello che non era prevedibile del derby di ieri è stato l'approccio. Non le gambe che non arrivavano a coprire bene gli spazi, che non riuscivano a contrastare le pericolose ripartenze del Milan, che non erano (incredibilmente) in grado di bloccare la costruzione degli avversari. L'approccio. Il cuore. Il sentimento. Dove era il sentimento nerazzurro, ieri sera? Dove era l'orgoglio dei Campioni d'Italia con le due stelle cucite sul petto?

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Se l'Inter è un sentimento (e lo è di certo), quel sentimento ieri aveva le gambe e il cuore di Federico Dimarco. Federico Dimarco è stato l'unico giocatore a non aver sbagliato l'approccio, feroce e guerriero. Come i tifosi pretendono in occasione di un derby. Federico Dimarco ha lottato, costruito, rincorso. Federico Dimarco ha segnato il gol che avrebbe dovuto scuotere la sua squadra. Lui e Lautaro (che ieri oltre all'assist ha dato segnali importanti di rinnovata lucidità e di miglioramento nell'acquisizione della sua forma ideale) si sono guardati negli occhi cercando le scintille di quel non lontano aprile. Sappiamo cosa dobbiamo fare, sembravano dirsi. Il gol del pareggio è arrivato come una sferzata di energia, che i nerazzurri hanno provato a cavalcare. Senza troppa convinzione. Federico Dimarco, invece ha giocato un'altra partita. Lui non ha smesso un attimo di battagliare perché il derby non è una guerra personale. Il derby è la guerra di un popolo intero, che ti spinge verso il destino. Un destino amaro, ieri.


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Cosa è mancato nel derby all'Inter di Inzaghi? Gambe, lucidità e soprattutto cuore. Sono mancati Barella e Calhanoglu, ma anche Mkhitaryan e Pavard. Tutto troppo facile per il Milan dipinto in settimana come una squadretta sperimentale con un allenatore pronto a saltare. La sconfitta brucia feroce anche per questo. Troppo facile per i rossoneri arrivare davanti a Sommer (ieri insieme a Dimarco il migliore in campo, senza dubbio), trovare varchi e praterie, saltare i difensori, aggredire la nostra rinomata compattezza. Saltate le distanze e con un gioco che girava troppo lento per il livello di aggressività degli avversari, l'Inter non ha mai dato l'idea di poter essere davvero pericolosa. I primi 15 minuti degli ultimi derby giocati e stravinti sembravano un lontano ricordo. In quei primi 15 minuti eravamo sempre riusciti ad asfissiare il Milan, stordendolo e convincendolo della nostra forza. Ancora prima di segnare. Ieri i movimenti erano contrassegnati da mascherata rassegnazione. Calhanoglu, sostituito, che abbandona il campo scuotendo la testa. Quanto è difficile accettare di non essere mai stati veramente dentro la partita più attesa?

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Già, in partita. Una settimana a ripeterci la favoletta che il derby si prepara da solo. Non è necessario pescare motivazioni perché sono già tutte lì sul piatto. Peccato non averle neanche assaggiate. Sia i giocatori che mister Inzaghi hanno parlato al fischio finale di approccio sbagliato. È una delle poche cose che i tifosi faticano ad accettare quando la loro squadra perde una partita (figuriamoci il derby). Puoi non avere più corsa, fiato e gambe. Puoi arrivare in ritardo su un contrasto, sbagliare un gol e prenderne uno di fattura eccezionale. Quello che non puoi fare è non crederci. Non lottare. Non disperarti. Senza cuore non si va da nessuna parte. Sarà bene tenerlo a mente per il futuro.

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