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Agresti: “Juventus, quanti anni cupi! Più dirigenti che trofei. Ora Carnevali…”
Intervenuto su La Gazzetta dello Sport, Stefano Agresti ha commentato così la rivoluzione dirigenziale della Juventus, con Carnevali che prende il posto di Comolli:
"Più amministratori delegati che trofei. Più allenatori e direttori sportivi che campioni. La Juve vive un’era strana, decisamente anomala se incastrata nei suoi 129 anni di storia. Quasi mai era rimasta così a lungo senza scudetto — sei stagioni sono un’enormità per la società bianconera, di periodi peggiori ce ne sono stati pochissimi — ma colpisce ancora di più l’instabilità ai vertici del club. Dal 2020, quando Sarri ha portato a Torino il nono titolo consecutivo, i dirigenti sono saliti e scesi dal vagone juventino come se fosse quello di una metro: da Arrivabene a Scanavino, da Comolli a Carnevali; da Paratici a Cherubini, da Giuntoli allo stesso Comolli (che è stato anche uomo mercato) fino a un nuovo ds destinato ad arrivare entro breve. Uno dentro e uno fuori, a ogni fermata, a ogni insuccesso. E tutte queste rivoluzioni si sono portate dietro cambiamenti continui in panchina: Pirlo, Allegri, Motta, Tudor, Spalletti. Tutto è cambiato, tranne i risultati. Che, anzi, con il tempo sono perfino peggiorati. Pirlo quanto meno ha portato a casa le due coppe nazionali e Allegri una coppa Italia. Sembravano insuccessi, poco per un club così potente, ricco, grande. Adesso si è scivolati addirittura fuori dalla Champions, altro che coppe.
Siamo sempre stati abituati ad associare la Juve a un volto: un dirigente forte, riconosciuto e riconoscibile che aveva gli Agnelli quale riferimento, oppure un membro della famiglia esposto in prima persona, com’è accaduto nel periodo di Andrea presidente. Con tutte le sue contraddizioni, con qualche contrasto interno a volte nascosto a fatica, questo club pareva capace di superare anche le difficoltà più gravi. Oggi siamo tutti un po’ disorientati, chi osserva da fuori e i tifosi bianconeri, perché è venuto meno un pilastro, una certezza di questo nostro mondo. La Juve così come l’abbiamo conosciuta, spesso vincente ma resistente anche nelle stagioni senza successi, sembra non esistere più. Lo conferma questo ribaltone, evidentemente deciso da Elkann a causa delle recenti difficoltà incontrate sul mercato da Comolli: alle scelte disastrose dell’estate scorsa, su tutte l’investimento incomprensibile per Openda, si sono aggiunte le ultime trattative saltate, soprattutto quella per il rinnovo di Vlahovic. Molti sono stati gli errori commessi in questi sei anni cupi, durante i quali sono stati bruciati dirigenti, allenatori, calciatori. E milioni. Di volta in volta sono state prese strade differenti, spesso in contraddizione tra loro. Si è puntato su dirigenti cresciuti nei nostri campi di periferia come Giuntoli e su stranieri che si affidano agli algoritmi come Comolli; si sono scelti un allenatore concreto e vincente come Allegri, un giovane giochista come Motta, un duro come Tudor, un maestro come Spalletti; si è investito in calciatori costosi come Vlahovic e Koopmeiners, tra gli altri, e in giovani talentuosi come Yildiz. Molte idee, estremamente confuse. La strada giusta non è mai stata trovata anche se — va riconosciuto — l’impegno economico dell’azionista di riferimento non è mai venuto meno.
Ora tocca a Carnevali provarci. A Sassuolo ha costruito un gioiello, ha scoperto calciatori, ha valorizzato allenatori. La Juve, però, è un’altra cosa, perché il pallone in certe realtà è più pesante. Avrà accanto un dirigente come Chiellini, preparato benché inesperto, nuovo uomo forte, e potrà contare su Spalletti. Un trio italiano. Ma tutti loro sanno benissimo che il calcio non guarda indietro. Non conta se sei stato un allenatore vincente, un ottimo dirigente o un campione: conta ciò che fai adesso. Se fai male, ti scotti. Ovunque tu sia e – in questi anni – soprattutto se sei alla Juve".
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