Yann Bisseck si racconta: il difensore tedesco dell'Inter è tra i protagonisti del Festival dello Sport di Trento
VIDEO FCIN1908 / Bisseck: "Inter, è stato surreale. Non ci credevo e infatti ho voluto..."
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C'è anche Yann Bisseck tra i protagonisti del Festival dello Sport di Trento organizzato dalla Gazzetta dello Sport. Qui le parole del difensore dell'Inter nel corso del suo intervento: "Io gigante dell'Inter? Sì perché sono alto (ride, ndr), potrebbe essere peggio. Sono un gigante molto rilassato".
Esordio col Colonia?"A 16 anni, l'ho scoperto il giorno della partita. Il mister non voleva fossi troppo nervoso, me l'ha detto solo 3 ore prima. Ho fatto una gara discreta. Quando esordisci così giovane, pensi che la strada possa portati al Real Madrid magari in due anni. La realtà è stata un po' diversa, ma sono comunque molto felice".
Sembravi un predestinato poi hai avuto difficoltà."Nel calcio tante cose devono funzionare: non devi infortunarti, devi avere un allenatore a cui piaci... non è sempre così. C'era sempre qualcosa che non andava bene, ma se non ti fermi e continui a lavorare poi succede qualcosa di buono. Per me è stata dura, ma alla fine sono arrivato".
C'è stato un momento in cui hai pensato di mollare?"Sì, in Portogallo. Sono stato infortunato per 8 mesi, quando sei sempre fuori inizi a pensare che forse il calcio non è per te. Dio mi ha dato un'altra opportunità. Vicinanza? Sì, dai miei amici, alla famiglia. Gente con cui ho passato tante ore al giorno insieme".
Passione per la medicina?"Sì, avevo pensato di iscrivermi, ma è una cosa passata. Per un calciatore comunque è importante conoscere il proprio corpo, perché magari quando hai un giorno libero sei portato a fare qualcosa che non fa bene al tuo corpo. Quando capisci cosa fare, è più facile non infortunarti".
Cosa è successo poi?“Prima di arrivare in Danimarca penso di non aver fatto il massimo per il mio corpo. Per me prima era solo un lavoro, ma per essere calciatore devi esserlo 24 ore al giorno, non hai altra chance. Ho fatto tante cose in maniera diversa in Danimarca e ho visto i frutti”.
La chiamata dell'Inter? "Fu surreale. Quando hai già giocato in 5 squadre non ti aspetti una chiamata da un club così grande. Se l'Inter ti chiama, non c'è tanto da fare. Ho chiesto di parlare direttamente io con i dirigenti dell'Inter perché non credevo alla chiamata. Mi hanno dato subito tutti fiducia, è stato facile venire qua".
Passo intermedio?“Solo mio padre mi diceva di fare un altro step, ma non conosce così bene la mia testa. E’ come il blackjack, devi provare qualcosa per vincere. E io ho vinto”.Lingua italiana.“Per me quando vivo in un Paese è un segnale di rispetto imparare la lingua. L’italiano mi piace, non è una brutta cosa da imparare. Non devi aver paura, anche adesso parlo davanti a 400 persone e so che il mio italiano non è perfetto, ma la paura bisogna lasciarla fuori. In spogliatoio poi ci sono tante cose che entrano nel cervello, devi solo capirle. Dopo 4 anni ci sta parlare italiano. I miei compagni? Mi hanno insegnato solo parolacce…(ride, ndr)”.
Cosa ho imparato dai difensori con cui ho giocato?"Ho giocato anche con Darmian, la persona da cui ho imparato di più. E' un giocatore molto intelligente, gioca prima con il cervello. Tutti gli altri anche sono difensori di altissimo livello, anche adesso sto imparando tanto. Ci sono tante cose che posso e devo ancora imparare a fare meglio, ma con la fiducia dei compagni, del club e del mister la strada è quella giusta".
Cosa ho imparato all’Inter?“La tattica prima di tutto. In Danimarca era tutto caos, in Italia siamo una macchina perfetta, anche il portiere. Non è facile da imparare, ma in questi anni abbiamo fatto abbastanza bene. E’ il modo perfetto con cui giocare”.
Inzaghi e Chivu?
"Non sono così differenti. Simone è molto emotivo, vive la partita con noi. Sarebbe entrato in campo con noi. Chivu anche è molto dentro la partita, anche in allenamento il focus è più sulla mentalità e come attaccare l'altra squadra mentalmente, con piccole cose. Alla fine sono tutti e due allenatori bravi, per me è stato un grandissimo piacere lavorare con entrambi".Mentalità cambiata?“Chivu ha fatto un grande lavoro quando è arrivato. Non c’era un momento peggiore per prendere la squadra, ma alla fine siamo gli stessi giocatori di prima. Oggi forse più offensivi, ma siamo costanti, ordinati”.
“Nella partita non hai modo di pensare a una cosa già passata. Nessuno vuole sbagliare, ma capita a tutti. Quando sbaglia un difensore è sempre gol, ma devi imparare a convivere con questo. Per me la cosa più facile è dare la colpa a qualcosa nella mia testa. Se fai un errore al minuto 20 ne hai ancora 70 da giocare. Quando giochi contro il Real loro vengono, vengono, vengono… per cui è meglio lasciare la testa libera”.
La teoria dei 5 secondi?“Me l’ha insegnata il mio primo allenatore. In 5 secondi massimo bisogna dare la colpa a qualcos’altro. Normalmente ne bastano 2-3…”.
All'Inter nessuno ti è rimasto in testa nessuno più di 5 secondi?"Uno, penso tutti possano indovinarlo (il rigore provocato per fallo di mano in Inter-Lazio del 2024/25). Non c'è altra cosa da fare che lasciarselo alle spalle, perché poi è arrivata la finale di Champions e tutto il resto. Quell'episodio mi ha fatto male, venivamo da una buonissima gara, io avevo segnato anche in quella partita, ma mi è dispiaciuto tanto. Nel calcio e nella vita ci sono anche momenti che fanno male. Comunque mi ha fatto crescere di più. Non sono contento sia successo, ma tra 10 anni posso dire che mi ha fatto diventare più grande".
Che tipo è Klopp?"Anche al telefono ha una energia, oggi si dice aura, veramente impressionante. Quando ti parla, ti senti meglio. Ride sempre e dà energia. Anche come allenatore sa cosa sta facendo, io sono molto fiducioso che la Germania torni al livello a cui ha abituato tutti".
Convocazione?“Il giorno della partita con l’Udinese mi ha chiamato, ma io dormivo. Poi gli ho scritto ‘noi giochiamo stasera, ti chiamo domani’. Dopo l’allenamento gli ho fatto una chiamata breve, ma ero molto contento: a 25 anni è lo step giusto. Non voglio andare una volta sola, voglio andarci sempre, ma devo prima fare i compiti qua”.
Come vivi il dibattito sul razzismo?“Come calciatore è un po’ diverso, la gente ti vede sempre in tv. Se tu sbagli e ci sono 5 milioni di persone che ti vedono sbagliare, loro non hanno bisogno di far vedere la loro faccia, è facile prendere il telefono e scriverti anche qualcosa di razzista. E’ successo. Io non ho tempo, né spazio per la testa per la stupidità. Il razzismo probabilmente esisterà sempre, non so perché, ma la vita è così. Con me il 99% della gente è molto brava. Io ho anche vissuto esperienze non così belle, ma non puoi mettere l’1% della tua testa su questa gente. Non c’è un modo per eliminare il razzismo, non capiterà mai”.
Pensi i calciatori dovrebbero spendersi di più contro questa piaga?"Questo è difficile. Alla fine tutti devono fare quello che pensano sia giusto, ma non c'è una strada giusta. Germania multietnica? Per me non è un problema rappresentare una nuova Germania, ma alla fine non sono convinto che sia possibile portare lo stesso pensiero in tutto il Paese".
Sei stato vicino a giocare con il Camerun?"Eto'o mi voleva, ma non sono mai stato vicino. Solo perché ho giocato in tutte le under tedesche, nella mia testa c'era solo la Germania".
Sei appassionato di NBA e tifi Philadelphia 76ers per Joel Embiid."Lui è camerunense come i miei genitori. Ho iniziato a tifare per loro quando avevo 10 anni, quando erano molto molto scarsi. Mi sono detto 'se un giorno diventeranno forti, potrò dire di essere sempre stato loro tifoso'. Lui è arrivato tardi in NBA, è una delle cose in cui mi rivedo".
Cosa farò in futuro?"E' dura, medicina dura sei anni, i miei amici stanno studiando...".
Cosa mi fa stare bene all'Inter?"Qui è facile sentirsi a casa. La gente mi ha accolto a braccia aperte. I dirigenti, i compagni, ma la città stessa: mi piace vivere a Milano, c'è tutto. A Milano puoi solo essere felice. La gente mi tratta bene, io amo i tifosi. Si mangia bene, ci si può divertire fuori dal campo. Per me non c'era un secondo pensiero: volevo prolungare il mio contratto, mi hanno dato fiducia e sono orgoglioso di questo. Adesso c'è tanto lavoro da fare".
Quanto puoi diventare grande tu e quanto l'Inter?"Io ho 25, tanti difensori alla mia età non erano al massimo. Penso che un centrale arrivi al suo prime a 28, 29 anni. Sto facendo bene, posso migliorare. L'Inter in Italia è la più forte, ma è sempre facile parlare: bisogna dimostrarlo in campo. Alla fine vogliamo vincere la Champions League, posso dirlo. Siamo stati così vicini due volte, o forse una. Sappiamo che possiamo lottare fino alla fine, ma solo una partita conta: io spero che avremo un'altra chance".
Obiettivo personale?“Voglio crescere in tutto, non sono un giocatore perfetto e non esiste un giocatore perfetto. Voglio migliorare in entrambe le fasi”.
Il modello?"Io ho sempre voluto essere un attaccante. Il mio idolo era Henry, lo amavo. Come difensore, quando sono cresciuto, ho avuto un riferimento in Jerome Boateng e Varane, loro erano per me il massimo".
Attaccanti più difficili da marcare?“Per me quelli che non devono toccare tanti palloni, tipo Haaland. Lui non tocca una palla per 89’ e poi la tocca tre volte e fa tripletta in tre minuti. Pensi di averlo messo in tasca e poi… Per questo è difficile essere un difensore: puoi essere perfetto per 92’, poi sbagli una volta e perdi la partita. E’ un lavoro duro”.
I nostri attaccanti?"Molto forti, tutti diversi e difficili da marcare. In allenamento però è diverso. In partita va chiesto ad altri difensori".
Se potessi tornare indietro, cosa diresti al te stesso che stava per smettere?“Devi credere in te stesso, avere fiducia in Dio. Non sei da solo”.
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