Il ricordo di Giuseppe Bergomi su Franco Baresi, scomparso oggi all'età di 66 anni: le parole dell'ex difensore nerazzurro

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Beppe Bergomi, intervistato da Repubblica, ha voluto ricordare Franco Baresi, scomparso oggi all'età di 66 anni:

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"Per me Franco è stato anzitutto un compagno di vita, fin da quando ero ragazzino. Lui e suo fratello Beppe, che era un mio grande amico, vivevano insieme. Grazie a una pubblicità, nella quale facevamo da testimonial, abbiamo iniziato a frequentarci molto. Mi raccontavano come funzionava il mondo del calcio, mi hanno insegnato perfino a fare il nodo della cravatta. Avevo 17 anni e da allora non ci siamo mai persi. Mi manca già tantissimo".

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Che uomo era Franco Baresi?

“Era una persona bellissima, una di quelle che uniscono e non dividono. Lo amano i milanisti, ma anche i tifosi di tutte le altre squadre. Quando eravamo insieme, in Nazionale, gli bastavano tre parole per sistemare qualsiasi situazione in spogliatoio. È stato un grandissimo uomo e un grandissimo capitano”.

Che cosa rappresenta per il calcio italiano?

“È stato il giocatore del secolo del Milan, uno dei più grandi difensori della storia del calcio italiano e del calcio in generale. Un campione immenso”.

Franco Baresi

Che rapporto avevate da avversari?

“In campo eravamo lontani, ognuno nella propria metà campo. Ci incrociavamo quasi soltanto prima della partita, per stringerci la mano e scambiarci i gagliardetti. Ci rispettavamo e ci volevamo bene, anche perché in azzurro eravamo dalla stessa parte”.

Com'era il vostro rapporto lontano dal campo?

“Bellissimo e mai interrotto. Ci siamo visti anche negli ultimi anni. Uno degli ultimi ricordi è ovviamente legato al pallone. Franco partecipava un torneo di calcio a sette nel suo paese di origine, vicino a Brescia. Mi ha chiesto di andarci al suo posto, perché lui non stava bene, non ce la faceva più. Un bel modo di dimostrarmi affetto. Poi ci siamo visti per la fiaccola olimpica, giusto un mese fa”.

L'avevate portata insieme, nella cerimonia di apertura di Milano Cortina, a febbraio.

"Certo, e Franco ci teneva ad avere una fiaccola tutta sua, da tenere a casa. Me la sono procurata e a giugno gliel’ho portata al suo solito bar, a Milano. Lo prendevo sempre in giro, perché era pieno di interisti. Gli consigliavo di cambiarlo e di andare nel mio, dove sono tutti milanisti. La fiaccola gliel'ho consegnata proprio lì: aveva il cappello in testa e parlava con un filo di voce”.

Bergomi Baresi

Della cerimonia olimpica, a febbraio, che ricordo ha?

“Franco già non stava bene, non volle mettersi l’auricolare, con cui gli organizzatori ci davano indicazioni. Però dimostrò una grandissima forza di volontà. Fui io a guidarlo nello stadio. Nonostante l’evidente fatica, come sempre fece il suo dovere fino in fondo, in quello stadio di San Siro a cui aveva dato tanto. Gli scorsi giorni, per noi che gli volevamo bene, sono stati davvero dolorosi”.

Aveva capito che le sue condizioni si erano aggravate?

Con suo fratello Beppe Baresi gioco spesso a padel. Negli ultimi giorni però continuava a dirmi che non avremmo potuto vederci, che aveva impegni a cui non poteva rinunciare. Lì ho capito che qualcosa non andava. Poi, stamattina, è arrivata la notizia più brutta. Ce lo aspettavamo, il dottor Volpi, medico sociale dell’Inter, è primario in Humanitas e, con grande tatto, ci aveva fatto capire che la situazione era molto complicata”.

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