Intervistato da Repubblica, Amedeo Carboni ha sottolineato la differenza tra il calcio spagnolo e quello italiano

yamal segna al fratellino (1)

VIDEO / Yamal manda in porta il fratellino e gli fa gol

Intervistato da Repubblica, Amedeo Carboni ha parlato della vittoria del Mondiale da parte della Spagna e ha sottolineato la differenza tra il calcio spagnolo e quello italiano. "Hanno surclassato le avversarie, non c'è stata storia. Hanno massacrato tutti, Francia e Argentina non hanno fatto un tiro".

Una superiorità netta. Ha una spiegazione?

«La Spagna ha un'idea di gioco, una sua identità, gioca come un club. Non c'è nulla di improvvisato. Hanno un Dna, un'impronta, ci credono, la seguono».

Yamal Spagna
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Dal 2008 a oggi, tre Europei e due Mondiali: quando la Spagna è diventata una potenza mondiale?

«C'è stata una trasformazione del loro calcio con gli stranieri, dopo Bosman. Con Cruijff che cambiò l'anima del Barcellona. Quando giocavo io con la Nazionale li battevamo, eravamo più forti, eppure loro avevano la stessa idea di gioco, la stessa filosofia di oggi, fraseggio, palla a terra. Aspettavano una generazione di talento e lavorando e credendo nei giovani l'hanno costruita con pazienza. Ma anche noi avevamo la nostra identità, fatta di marcature attente e contropiede. Quella che oggi abbiamo rinnegato».
Amedeo Carboni

spagna
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Ma noi non abbiamo Yamal.

«Se ce l'avessimo lo faremmo giocare? Che succederebbe? Da noi farebbe la Primavera, un campionato inutile, che non ha senso, non ha motivo di esistere, il filtro va fatto prima. Sei bravo a 16 anni? Devi andare in campo, confrontarti, vai in Lega Pro. Ci sono regole assurde nelle scuole calcio. Noi il talento lo sacrifichiamo, in Spagna lo fanno giocare».

Sono più coraggiosi?

«No, semplicemente sono coerenti. Hanno quell'idea di calcio, vedono un ragazzo con qualità e lo mandano in campo. Loro applaudono un ragazzino che fa un tunnel, noi li vietiamo. Loro lavorano sulla tecnica, noi insegniamo la tattica anche ai giovanissimi. Non esistono più le ali. Una volta se scartavi quattro avversari eri il più bravo, ora all'esterno chiedono di fare tutta la fascia. Così il talento – che c'è: guardate le nostre nazionali giovanili che vincono spesso – lo buttiamo».

Invece loro lo coltivano.

«Anche perché hanno una scuola allenatori che noi non abbiamo. Da noi i tecnici non devono seguire una filosofia, sono individualisti, si fanno da soli. In Spagna sono all'avanguardia, imparano un modo di essere, uno stile. Puntano su gioco e giovani. E nasce una generazione di talenti. Vincono con le idee. Noi parliamo di Var, affidato a persone che non ne sanno, tagliando fuori chi ne capisce. Come se a un contadino dopo 50 anni dicessero: dimostrami se lo sai fare, non hai un diploma di agraria».

(Repubblica)

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