Le parole di Ilkay Gündogan nell'intervista concessa oggi a La Repubblica su presente e futuro con l'aneddoto particolare rivelato

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Ilkay Gündogan ha ancora tanto da dare al mondo del calcio. Da giocatore per il momento, perché non ha perso lo stimolo, e poi in futuro da allenatore, avendo già scelto cosa vorrà fare da grande. Il centrocampista del Galatasaray, ex Manchester City, ne ha parlato ai microfoni di Repubblica.

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Gündogan, si sente ormai alla fine della sua carriera?

«Finché sentirò quel brivido, continuerò a giocare. E lo sento ancora, eccome. Ma è vero che da un po' penso a cosa verrà dopo».

Com'è cambiato il calcio in questi vent'anni?

«Ci sono certi sviluppi che non mi piacciono. Per esempio, a volte ho l'impressione che ci si dimentichi che è uno sport di squadra».

Chi lo dimentica?

«Tutti. Giocatori, allenatori, media: il mondo venera l'individualismo. Lo si vede dal fatto che nulla sembra più importante dei gol. E i social accelerano questa tendenza».

Ma è vero alcuni colleghi googlano il proprio nome nell'intervallo?

«Purtroppo sì. È pericoloso quando l'elogio del pubblico diventa più importante del giudizio di allenatore e compagni».

A fine carriera diventerà allenatore?

«È il mio obiettivo».

Perché vuole sottoporsi a questo stress?

«Sarà un cliché, ma sento un senso di responsabilità, anche da giocatore ho sempre guardato ai miei compagni. Da qualche tempo prendo appunti su cosa voglio ereditare dai miei allenatori e su cosa preferisco evitare. È stato Guardiola a piantarmi in testa quel seme, a me e ad altri suoi giocatori: in lui ho riconosciuto il mio futuro».

È vero che Guardiola è geniale ma dà poco peso ai rapporti umani?

gundogan

«No. Ho sempre trovato Pep onesto e anche sensibile. Pretendeva molto, è vero, e io dovevo lavorare costantemente su me stesso. Ma per me aveva senso. Pep ci ha plasmati tutti. Da un lato il City si basava sulla concorrenza interna, dall'altro noi giocatori facevamo davvero il tifo per il successo l'uno dell'altro. Anche questo era merito suo».

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