Cosa c'è ancora da dire suLautaro Martinezche lui non abbia già detto? Arrivato all'Inter nell'estate del 2018 quando la sede dell'Inter era ancora in Corso Vittorio Emanuele e con la benedizione di un certo Diego Milito e l'aiuto di Javier Zanetti.

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Lautaro, l’Inter e un destino segnato. Da gregario a centravanti storico e ora leader massimo

Quasi un segno che forse all'epoca fu sottovalutato. In quella squadra giocava Icardi, argentino come lui, era il capitano dell'Inter: quando Lauti è arrivato si diceva che poteva diventare il suo 'aiutante', il gregario. Ma non è andata come tutti immaginavano. Perché Icardi nel giro di un anno ha chiuso con la società nerazzurra, si è trasferito al PSG. Lautaro è rimasto e piano piano si è fatto strada a suo di gol tra le trame e i cuori nerazzurri e si è conquistato la fascia da capitano che oggi sente tantissimo. I segnali in realtà c'erano tutti. E lui ha solo accettato quel destino.
Pure quando sembrava vicino ad un presunto addio, con club spagnoli alla finestra pronti ad aggiudicarselo, lui ha fatto accelerare la pratica di rinnovo. Cifre meritate: il Toro è il leader dell'Inter, di questa squadra che negli ultimi anni è sempre ai vertici, magari non vince quanto potrebbe, ma è sempre là a lottare fino in fondo. Lautaro è la forza trascinante della squadra nerazzurra, un punto di riferimento per i compagni, uno a cui non basta più solo fare gol anche se quello è il suo mestiere.
Nella storia
—I numeri sono chiarissimi: 167 gol segnati con la maglia nerazzurra in 358 presenze, una media realizzativa dello 0.47 gol a gara, è quarto tra i migliori centravanti della storia nerazzurra. Davanti a lui ci sono Boninsegna a 171 gol segnati (in 287 presenze), Spillo Altobelli con 209 gol segnati in 466 partite con l'Inter e l'intramontabile Meazza, 284 gol segnati in 408 presenze con la maglia della Beneamata.

Numeri
—Con il gol segnato al Bologna è arrivato a dieci gol in questo campionato ed è la settima stagione consecutiva all'Inter in cui riesce a toccare la doppia cifra. Nella prima stagione in nerazzurro, nel 2018-2019 aveva fatto segnare in totale 23 presenze, 1659 minuti giocati, 14 gol totali (10 in Serie A e 4 in CL). Alla seconda stagione a Milano era già cambiato tutto: oltre 3500 minuti in campo, 49 presenze totali, 21 gol totali segnati (14 in A, 5 in CL e 2 in EL) con otto assist. E da lì è stato sempre un crescendo: nella stagione 20-21, quella del suo primo scudetto nerazzurro vinto con Conte in panchina, 48 presenze totali, 3200 circa minuti giocati, 19 gol totali e 11 assist. Nella stagione 21-22 49 presenze totali e 25 gol in totale.
Nella 22-23 57 presenze, 28 gol totali (21 in Serie A) e oltre 4100 minuti in campo. Nell'annata 23-24, quella del suo secondo scudetto in maglia Inter 44 presenze e 27 gol (24 in A). 53 le presenze totali nella scorsa stagione con 24 gol segnati: 12 in Serie A e 9 in CL che hanno trascinato la squadra nerazzurra fino alla finale di Monaco, 2 al Mondiale per Club e 1 in Supercoppa.

Quantità e qualità
—I numeri dicono quanto è cresciuto nel tempo, quanto è migliorato quantitativamente il suo rendimento. E forse fanno anche da specchio a quanto sia migliorato a livello di 'presenza' e qualità. Quest'anno, dopo un momento iniziale delicato in cui è finito per l'ennesima volta nel mirino perché non segnava con continuità o per stanchezza (tanto che Zanetti ci disse "Incredibile come un calciatore del suo livello venga sempre criticato") Lauti vive una fase in cui luccica.
C'è stato un momento in cui chiedevano di lui a Chivu e lui rispondeva: "Dovrebbe solo sorridere di più". Anche quando i gol non arrivavano nell'immediato cosa poteva mancare a un giocatore così? Forse solo la spensieratezza e la voglia di ricominciare dopo un anno in cui lui e tutta l'Inter avevano lottato per tutto ed avevano perso tutto. L'allenatore voleva fargli sentire meno peso. Ma lui all'Inter ha dato un peso specifico nella sua vita e lo sente sempre tutto.
La squadra ha ricominciato dalle sue certezze e Lautaro è una di queste. Se qualcuno se lo fosse dimenticato, a suon di gol la sta ancora trascinando diventandone il perno. E lo vedono tutti, anche i nuovi arrivati, i più giovani come Esposito e Bonny che da lui prendono esempio.

Confronto
—Il capitano ci ha messo la faccia quando serviva, non si è tirato indietro mai anche quando c'era da andare a muso duro su cose evidenti come lo scoramento che era nato dalla seconda finale di Champions persa in due anni e da uno scudetto scivolato via per un punto.
C'era da confrontarsi, da parlare chiaro, da resettare e lui ha schiacciato il tasto reset per tutti. E l'Inter ha ripreso la sua marcia. In mezzo a tante difficoltà chiaro. Sono date dal cambio in panchina, da dettagli che a volte sono da curare con più precisione, con la cattiveria di chi non vuole più lasciare fare al caso, riducendo al minimo l'imprevedibilità degli episodi. C'è ancora da lavorare tanto e si è visto a Napoli per esempio. Quella sera sono venute fuori scorie e nervosismi del passato che non sono ancora finite in archivio. Ma dopo quella sconfitta e quella contro il Milan, in campionato sono arrivate cinque vittorie di fila, anche quelle contro Atalanta e Bologna, la squadra che ai rigori aveva eliminato la squadra di Chivuin semifinale di Supercoppa. E al momento valgono il primo posto in classifica.
Arriva ora un altro bivio importante in cui prendere il buono e mandarlo avanti: un gennaio pieno di impegni a cominciare dalla gara del turno infrasettimanale contro il Parma, poi domenica la rivincita col Napoli. Arriveranno anche due partite difficilissime in Champions che valgono il passaggio agli ottavi. Momento intenso in cui ci sarà ancora da tirare l'Inter come il Toro sa fare. Di lui si sa già tutto. Di quanto può essere ancora importante per l'Inter può dire solo lui e il suo destino da campione.
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