Cristian Chivu si è raccontato come uomo e professionista tornando anche alla sua gioventù nell'intervista concessa a Futnet
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È più difficile essere un bravo padre o un bravo allenatore? Cosa è più complesso, anche in funzione dei sentimenti che ci sono in ballo e delle responsabilità?
"Senza dubbio padre, perché comunque è una grossa responsabilità. Però non si possono fare paragoni, perché tratto i miei giocatori come se fossero i miei figli. È ovvio che c'è una differenza: loro sono maschi, io ho due femmine, quindi cambia un po' l'approccio, cambia un po' tutto quello che sono io nei loro confronti. Però ho cercato sempre, con le mie figlie, di dare i giusti valori e anche le giuste critiche che servono, credo, a un adolescente per capire determinate cose. Più o meno è la stessa cosa che ho fatto anche quando ho iniziato all'Under 14. Avevo dei tredicenni adolescenti, ragazzi che sognavano di diventare calciatori, ma comunque erano ragazzi piccoli, messi sempre a giocare e non a trattare seriamente quella che era la professione, se si può chiamare professione a tredici anni e mezzo".
È partito dall'Under 14. Qual è il tratto più importante nelle giovanili a quell'età, al di là di quei campioni in erba dei quali si vede già che avranno una carriera? Qual è la caratteristica che le fa più specie trovare, o comunque quella che dovrebbe avere un calciatore di quell'età?
"La cosa più importante è avere una caratteristica, almeno una caratteristica, per poi limarla, sfruttarla e cercare di migliorare quelle che sono le altre caratteristiche che servono. Però secondo me è troppo presto. È sempre una preparazione, non solo dal punto di vista tecnico-tattico, dal punto di vista di quello che è il tuo talento e delle caratteristiche che tu hai. La parte mentale fa tutto: l'approccio a come vuoi migliorarti e l'umiltà necessaria nel capire determinate cose, cosa ti serve per mantenere quell'ambizione e quella motivazione nel portare avanti tutti i giorni la stessa cosa.
Io devo essere meglio rispetto a quello che sono stato ieri. Non è semplice, perché ci vuole disciplina. Ci vuole una disciplina mentale, soprattutto mentale, nel domare i tuoi pensieri, nel domare tutte le voci intorno a te e tutto quello che senti da parte dei genitori, degli amici, dei procuratori, degli allenatori stessi. Devi mantenere l'equilibrio e cercare sempre di migliorarti. Devi essere consapevole di quelli che sono i tuoi errori, imparare a farti l'autocritica, cancellare un po' tutto quello che è rumore fuori. È una situazione più complicata e non è semplice, perché, essendo giovane, andare dietro a tutte quelle che sono le voci ci vuole poco.
Tu devi comunque trovare l'equilibrio giusto nell'avere l'ambizione, nel lavorare sodo, nel migliorare te stesso, nel migliorare quello che hai di fianco e nel farti crescere l'autostima. È una serie di cose che ti permettono di andare avanti, però la risposta è dentro: è nel giocatore, cioè nella persona. La testa fa tanto, soprattutto a quell'età, nel prepararti a quello che verrà dopo. E non è semplice.
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